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PERÚ: giochi politici complicati a vantaggio di chi ?

Articolo del giornalista Raul Tola tradotto da Giovanni Vaccaro

Disordini a Lima
Disordini a Lima – Perù –  (Foto: Giancarlo Ávila / GEC)

Pubblichiamo questo articolo del giornalista Raul Tola che ci ha inviato da Lima Giovanni Vaccaro alcuni giorni fa sulla complicata situazione politica peruviana, che ha visto la destituzione del presidente Martín Vizcarra, da parte di un Congresso della Repubblica molto questionato. Tutti parlano di Colpo di Stato.  

Un nuovo colpo si scena nella difficile e drammatica vita politica del Perú. Questo lunedí, 9 novembre, il congresso della repubblica (camera unica del potere legislativo), con 105 voti a favore, 19 contrari e 4 astensioni, ha tolto la fiducia e obbligato a dimettersi al presidente in carica, Martín Vizcarra. Il suo posto è stato preso da Manuel Merino de Lama (presidente del Congresso e uno dei principali promotori dell’allontanamento di Vizcarra), che assume un governo precario e respinto dalla strada, dal silenzio delle istituzioni internazionali.

Per capire quanto sta accadendo, dovremmo tornare indietro nel tempo al 28 luglio 2016. Quando,  dopo aver guidato l’intera campagna elettorale, Keiko Fujimori perse la presidenza (al secondo turno con il 49,88%) per mano dell’economista Pedro Pablo Kuczynski (PPK). Nonostante questa sconfitta, l’ampia vittoria al primo turno di Keiko, figlia maggiore di Alberto Fujimori – che ha governato il paese tra il 1990 e il 2000 ed ora sta scontando il carcere preventivo per uno scandalo di corruzione – le ha dato la schiacciante vittoria al Congresso della Repubblica, camera unica, con una maggioranza di 73 parlamentari su 130.

Accusando di brogli elettorali, che non si è mai preso la briga di dimostrare, Keiko Fujimori ha usato il suo potere per scagliarsi contro il governo sin dall’inizio, determinando due tentatidi di destituzione dell’allora presidente Kuczynski (dicembre 2017 e marzo 2018), che al secondo tentativo, ha portato alle sue dimissioni, per evidente scandalo di corruzione. A lui successe Martín Vizcarra, il suo primo vicepresidente. Nato nella regione di Moquegua (Perù meridionale), di cui era governatore, il nuovo presidente sembrava condannato a un periodo spettrale, servendo da comparsa a Fujimori.

Peró, tra la sorpresa generale, Vizcarra aveva altri piani e presto passò all’offensiva. Lo ha aiutato la scoperta dello scandalo giuridico dei “Cuellos Blancos del Puerto” (Colletti bianchi del porto), una mafia di giudici e pubblici ministeri del porto di Callao – il più importante del Perù – i cui legami con il partito Fujimori, Fuerza Popular, sono finiti per essere smascherati. Insieme a buona parte della classe politica peruviana, la situazione di Keiko Fujimori è diventata ancora più complicata quando, indagata per aver usato il suo partito per mascherare le donazioni dalla “Cassa B di Odebrecht” impresa brasiliana che ha corrotto vari governi dell’America del sud in cambio di succulenti appalti pubblici, è stata incarcerata con carcere preventivo, per poter indagare sulle pesanti accuse contro di  lei, nel novembre 2018.

Questo, peró, non ha interrotto l’attrito tra il potere esecutivo e il potere legislativo, che aveva ancora il controllo di Fujimori. Per affrontare questa situazione, Vizcarra propose diverse iniziative, come una riforma costituzionale del sistema politico approvata con referendum popolare. Questa e altre misure – come le elezioni anticipate del Congresso, per rompere la situazione di stallo nel paese – sono state respinte o distorte dal Congresso. Ma per Fuerza Popular ed i suoi partiti alleati l’unica via d’uscita era la rimozione o le dimissioni di Vizcarra.

Ogni tentativo di dialogo si interruppe, definitivamente, alla fine del 2019, quando l’opposizione parlamentare si è lanciata alla conquista della Corte costituzionale, che fino a quel momento era servita da contrappeso ai poteri, fermando alcune delle iniziative più controverse del potere legistativo. Era vero che i mandati di diversi magistrati erano scaduti ed era previsto un rinnovo, ma il processo è stato gestito con tale rapidità e premeditazione che ne sono state scoperte le intenzioni (tra loro, dichiarando l’accordo incostituzionale dell’effettiva collaborazione, firmato dalla giustizia e da Odebrecht, vitale per il progresso del caso Lava Jato che indaga i fatti di corruzione dell’impresa Odebrecht).

In risposta a ció, Vizcarra presentó una mozione di fiducia contro il processo di selezione dei magistrati costituzionali. Secondo la Costituzione peruviana, il presidente ha il potere di chiudere il Congresso se due di queste domande vengono negate (il primo rifiuto era avvenuto quando il presidente destituito Pedro Pablo Kuczynski era ancora in carica). Mentre il processo di selezione continuava e veniva persino nominato un primo magistrato, Vizcarra ipotizzò una “negazione di fatto” di fiducia e chiuse il Parlamento.

Sebbene l’opposizione abbia cercato di resistere, Vizcarra prevalse in questo confronto e chiese nuove elezioni legislative. Il prodotto di queste elezioni – alle quali il presidente non presentó candidati, in un errore strategico di cui continua a rimpiangere le conseguenze – è stata una rappresentanza nazionale eterogenea, atomizzata, con banchi che rispondevano a interessi particolari, più volte sospettati, e che finivano per ribellarsi contro chi, in pratica, l’aveva gestita.

La concurrencia de estos tres procesos volvieron a Vizcarra un personaje incómodo para buena parte del Congreso. Como es evidente, ni las cúpulas de los partidos políticos, ni las camarillas corruptas amenazadas por los procesos anticorrupción ni los mandarines de la educación de baja calidad iban a entregarse sin ofrecer pelea. Las tensiones entre el Gobierno y el nuevo Parlamento comenzaron a escalar lentamente, hasta que estallaron el día en que Vizcarra inició su último año de mandato: según la Constitución, a partir de entonces el Parlamento ya no podía volver a ser cerrado por el presidente.

Per necessità o convinzione, durante il suo periodo al potere, Vizcarra aveva sostenuto molteplici processi di rigenerazione nazionale. La riforma politica e la chiusura del Congresso. La lotta alla corruzione nel caso Lava Jato, che aveva portato all’arresto degli ultimi presidenti del paese (Alejandro Toledo, Ollanta Humala e Kukzynski) e al suicidio di Alan García Pérez, nonché il caso di Los Cuellos Blancos del Puerto, risolto con un emendamento all’amministrazione della giustizia. Infine, il sostegno alla riforma dell’istruzione, che si è scontrata con l’arricchente business delle università private di scarsa qualità che ha proliferato in Perù dal 1998, con alcuni uomini d’affari che, arricchendosi in questo modo, hanno persino fondato partiti politici e sponsorizzato gruppi parlamentari.

Ben presto iniziò ad essere evidente l’alleanza dei diversi gruppi politici di diversi partiti contro Vizcarra. Ad esso si è unito il partito dell’Unione per il Perù, guidato dal carcere da Antauro Humala – fratello dell’ex presidente Ollanta Humala – imprigionato da una rivolta armata che ha provocato la morte di quattro poliziotti, che aspira a uscire per via della grazia presidenziale. Si è unito anche FREPAP, un partito evangelico confessionale e fondamentalista.

Il primo attacco alla presidenza avvenne in relazione al caso “Richard Swing”: un cantante eccentrico che in passato aveva sostenuto Vizcarra e, in cambio, fu assunto dal Ministero della Cultura, che ha scatenato una polemica esacerbata dall’opposizione. La rivelazione di alcuni audio in cui Vizcarra discuteva con la sua cerchia ristretta, su come gestire il caso, che includeva un tentativo di nascondere le informazioni, ha innescato un primo tentativo di destituzione. Ma che non ha raccolto i voti necessari e é fallito.

Peró il Congresso non ha aspettato nemmeno un mese per iniziare un nuovo processo per destituirlo. Questa volta le accuse erano più gravi e provenivano dal gruppo speciale dei pubblici ministeri, incaricati del caso Lava Jato, che ha fatto trapelare alla stampa le dichiarazioni di diversi aspiranti a pentiti efficaci che affermavano di aver assistito alla consegna di tangenti a Vizcarra quando era ancora governatore regionale di Moquegua per due opere pubbliche: Lomas de Ilo e Hospital Regional de Moquegua. Vizcarra confermó la disposizione di sottomettersi ad un giusto processo, appena avesse terminato il mandato, il prossimo 28 luglio del 2021, come stabilisce la legge nel caso di persone che rivestono un carico pubblico.

Questa seconda iniziativa del Congresso, era un caso incipiente, che ha dato vita a un processo che, in un primo momento, non sembrava avere il supporto necessario, ma ha raggiunto il numero necessario di voti dei congressisti nel corso di questi ultimi giorni, fino a concludersi con la destituzione di Vizcarra.

La domanda adesso é: si giustifica la destituzione? Chi conferma dice che, per applicarlo, la Costituzione non richiede altro requisito che la somma di 87 voti su 130 congressisti. Ma questa interpretazione perverte un’iniziativa istituzionale che dovrebbe essere eccezionale, rompe con la presunzione di innocenza, con il principio dell’equilibrio dei poteri e, se è in minoranza, può sottomettere la sorte di un presidente agli umori e ai capricci del Congresso. Ovvia, inoltre, la drammatica situazione di emergenza che il Perù sta vivendo a causa della pandemia del coronavirus – per settimane il Paese è stato primo nella percentuale di morti per milione di abitanti del mondo e il suo PIL è sceso di 40 punti solo ad aprile -, a ciò aggiunge l’instabilità di una successione controversa e turbolenta che ha scatenato enormi proteste popolari nelle principali cittá del paese. L’alternativa era aspettare i pochi mesi che mancavano alla fine del periodo di Vizcarra (le elezioni sono indette per aprile e il cambio di comando doveva avvenire il 28 luglio del 2021) e poi, fuori carica, senza immunità presidenziale, procedere a indagare e, se del caso, condannarlo, processo al cuale aveva giá dato il suo consenso.

Il Congresso ha scelto l’opzione più drammatica e improvvisata che spiana un percorso che, si teme, andrà a vantaggio delle forti lobby che sostenevano la destituzione, di voler modificare il calendario elettorale, frenare i processi anti-corruzione e manipolare la riforma politica. Inoltre in questo momento, l’alleanza che ha destituito al presidente Vizcarra controlla l’Esecutivo, il Legislativo e, molto probabilmente, presto si lancerá al controllo della Corte Costituzionale (il rinnovo che ha portato Vizcarra alla chiusura parlamentare non è mai avvenuto, e sei dei sette magistrati hanno il mandato scaduto). Un concentrato di potere che non si vedeva dai tempi di Alberto Fujimori e che, tutto indica, sarà utilizzato in modo fazioso e sconsiderato.

Inoltre, il nuovo presidente Manuel Merino deve gestirsi in un contesto con molti fattori contrari. Innanzitutto, è a capo di un governo impopolare, di dubbia legittimità, nato da un processo definito da gran parte dell’opinione pubblica un “colpo di stato”. Ci sono anche gli interessi delle fazioni che lo compongono, il cui unico denominatore comune è stata la resistenza contro Martín Vizcarra, e che adesso l’Esecutivo dovrá mantenerlo fedele oltre ai propri interessi di parte, soddisfacendo le loro molteplici e differenti richieste. Infine, rimane in sospeso, dinanzi alla Corte Costituzionale, una richiesta di giurisdizione che mira a limitare i casi di destituzione presidenziale. In ogni caso, il Perù è entrato in una fase di forte decomposizione. E come se non bastasse, in quello che sembra ancora piú paradossale, tutto ció avviene quando si é a punto di entrare nel 2021, quando si celebrerá il bicentenario dell’indipendenza e della nascita come repubblica indipendente.

Perù _ Ande
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