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I problemi legati all’alta quota nei viaggi sulle ande e nelle regioni himalayane.

Pubblichiamo una informazione sintetica sul mal di montagna ed in generale sui problemi legati ai viaggi in alta quota.

alta quota , mal di montagna

Dove comincia l’altitudine ?

Sentendo parlare un alpinista che soggiorna da alcune settimane a un campo base di oltre 5000 m. si potrebbe credere che l’alta quota inizi proprio da lì. E in parte è vero, le porte del regno dell’altitudine iniziano più o meno da questa quota, ma esistono delle anticamere.
E chiunque può rendersi conto. Si sa, per esempio, che certe salite compiute in pochi minuti a circa 3500/3800 m. possono provocare dei problemi, problemi che non hanno nulla di straordinario dovuti all’ipossia, mancanza improvvisa di ossigeno. Paradossalmente, però, bisogna convenire una volta per tutte, che in alta quota non c’è meno ossigeno che a livello del mare. La quantità di molecole di ossigeno nell’aria è uguale a qualsiasi quota. Allora perché si crede ciò, semplicemente perché c’è una cosa che varia fortemente, le pressione atmosferica. Al livello del mare essa è misurata in 760 mm Hg (millimetri di mercurio) sulla vetta del Monte Bianco essa è dimezzata e su quella dell’Everest è di soli 236 mm Hg. Non è la concentrazione di gas che importa quando si respira ma la pressione con la quale esso arriva negli alveoli polmonari. Se prendiamo un individuo che vive a livello del mare e lo depositiamo in cima all’Everest esso morirà d’ipossia in breve tempo. Questo perché il cervello non può vivere senza ossigeno per più di tre minuti. Ma l’effetto della bassa pressione viene avvertito anche dal cuore, dai reni e nella respirazione. Tutto questo ha fatto pensare per molti anni che non sarebbe stato mai possibile scalare un 8000 senza bombole di ossigeno, ma molti ci sono riusciti.

L’importanza dell’acclimatamento.
Considerato questo si può dunque convenire che le cose sono cambiate dopo Messner. I pionieri dell’Himalaya utilizzavano l’ossigeno a partire dai 7000 m. Eccezione encomiabili: L’inglese Norton, che compì nel 1924 un tentativo sulla nord dell’Everest fino a 8500 m. e Herman Buhl che salì in vetta al Nanga Parbat nel 1953 come fecero? , si acclimatarono.

L’acclimatamento è una messa in opera complessa dell’organismo che permette all’uomo di sopperire alle carenze di ossigeno causate dalla differenza di pressione e a tutte le difficoltà connesse. Una mutazione che tocca anche la psiche in quanto l’alta quota è veramente un mondo a parte. Acclimatarsi è abituarsi all’altitudine e questo deve essere fatto in modo naturale. Nel giro di poche ore (più o meno 6), a 3000 m. l’organismo fabbrica molti più globuli rossi, i veicoli dell’ossigeno. Allo stesso tempo il quore e i polmoni trovano un altro ritmo: i batti aumentano di intensità e la respirazione pure. Sopraggiungono pure delle modifiche al sistema ormonale e dei cambiamenti sul piano dei tessuti muscolari e adiposi. Ma non solo; altri fenomeni arrivano a complicare questo adattamento a un universo invivibile. Fenomeni che neppure i ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dopo anni di studi sono ancora riusciti a comprendere pienamente.

Il rispetto delle tappe:  
L’adattamento all’alta quota non è , evidentemente, immediato. Esso necessita di molta pazienza. E costume dire che non si dovrebbe compiere più di 300 m. di dislivello al giorno sopra i 3000 m. e si raccomandano alcuni giorni di riposo dopo aver superato i 4000 m. Di fronte all’altitudine non siamo però tutti uguali, la maggior parte della gente avverte i malefici dell’alta quota a quote diverse. E questo oltre che rappresentare un altro problema, dovrebbe consigliare delle salite ancora più prudenti.

Il mal di montagna:
Il mal di montagna si preannuncia sempre con un leggero mal di testa e può rapidamente evolvere in mal di montagna acuto sotto forma di edema polmonare e/o celebrale. Il mal di montagna acuto è sempre la conseguenza di un cattivo acclimatamento dovuto ad una salita compiuta troppo rapidamente, a fattori di sensibilità individuali alla quota, a cattive condizioni esterne (freddo vento etc.) e non ultimo, a fattori psicologici (tensione, paura). E quando il mal di montagna si evolve in edema le cosa si fanno estremamente serie. Il solo rimedio è la discesa più rapida possibile a quote inferiori, unita alla somministrazione di ossigeno e diuretici (Diamox – vedi lista di materiale). Ma in alcune zone dell’himalaya è praticamente impossibile scendere rapidamente di quota, ecco quindi l’importanza di avere con se una camera iperbarica gonfiabile; solo essa potrà garantire la sopravvivenza in attesa di un abbassamento di quota. Per il suo noleggio le agenzie di Katmandu richiedono circa 450. Attenzione però a non improvvisare l’utilizzo si questa camera. In genere, le spedizioni tentano di prendere confidenza con la camera iperbarica una volta raggiunto il campo base, in teoria basta pomparvi dentro aria per creare al suo interno una quota di circa 2000 m. più bassa del luogo in cui ci si trova, ma è consigliabile apprendere prima qualche regola elementare riguardo il suo funzionamento, anche se all’apparenza non è più difficile da maneggiare di una bombola di ossigeno con la sua maschera. Rivcordiamo inoltre che nella famosa valle del kumbu alla base dell’Everest, nel paese di Pheriche esiste un dispensario medico con relativa camera iperbarica.

L’acclimatamento artificiale:  
In alta quota si può sopravvivere benissimo anche in seguito ad un acclimatamento fatto artificialmente. Fin dal 1936 degli alpinisti inglesi utilizzarono per questo un ingombrante cassone iperbarico dell’epoca prima di raggiungere la regione dell’Everest. Più recentemente il francese Benoit Chamoux ha compiuto ascensioni “turbo” in Himalaya grazie a questa tecnica. Degli inglesi nel 1923, arrivarono invece a ricercare l’acclimatamento artificiale addirittura con le sigarette. Essi formularono la strampalata ipotesi che il fumo fosse un buon antidoto contro l’ipossia. Anche altri inglesi arrivarono in seguito a suggerire altri bizzarri metodi, quale l’uso della birra o di uno strano strumento a vento che avrebbe dovuto permettere il riutilizzo del proprio respiro. Strumento simile a quello che riprese in seguito Gianni Calcagno; un tubo da maschera subacquea tenuto in bocca durante l’ascensione in modo che impedisse l’evacuazione troppo rapida dell’ossigeno dai polmoni.

Come identificare un edema?

Si può comprendere come, in questo quadro, sia prioritario saper identificare un edema. Cosa non sempre facile, tanto i suoi sintomi sono fluttuanti. Nel caso di edema polmonare non vi sono parametri, ma una respirazione molto rauca, un colorito violaceo e della tosse persistente rappresentano di certo i primi seri segnali. Più complesso è l’edema celebrale; mal di testa, vomito, insonnia, allucinazioni, delirio e coma sono comunque in successione i passi che possono portare alla morte. Il problema è capire quando un leggero mal di testa o delle vertigini, possono sfociare in edema. Certe persone si sentono complessate a dover confessare i propri mali in alta quota, preferendoli tenerseli per se e arrivando a creare delle situazioni estremamente pericolose. Capita spesso che degli escursionisti muoiano durante la notte nelle proprie tende semplicemente perché non osano, o si vergognano, confessare i propri mali. In tutti i casi Trekkers e Alpinisti, dovrebbero dunque prestare molta attenzione a se stessi e agli altri membri del gruppo. E soprattutto la prima notte in quota non si dovrebbe mai passarla soli o troppo lontani dai compagni. E’ molto raro che non si soffra in alta quota, e questo può durare dagli 8 ai 10 giorni, se non di più. Il primo rimedio al mal di testa è sempre rappresentato dalla sacrosanta Aspirina. In altitudine se ne può consumare fino a 4 grammi al giorno, se non si è allergici, altrimenti può funzionare anche l’aglio. Più frequentemente il mal di testa insorge al mattino, meno dopo i pasti. Può capitare che dei respiri profondi possano alleviarlo, ma se non cede neppure all’aspirina meglio ridiscendere. Non è stupido neppure dormire con la testa sollevata. Infine, l’imperativo è quello di bere molto e cercare di urinare altrettanto abbondantemente, aiutandosi assumendo mezza pastiglia di Diamox al giorno durante l’avvicinamento. L’edema è infatti in buona parte causato da una ritenzione di liquidi da parte dell’organismo.

Un po’ fuori di testa:

Si ritiene che, la in alto, si perdano numerosi neuroni e che l’85% di questi addirittura non vengano utilizzati. Secondo studi effettuati su degli alpinisti che hanno passato una notte a 8000 m. o che anno passato più settimane tra i 5000 e i 7000 m. occorre più di un anno perché essi riprendano appieno le proprie capacità intellettuali. Ma cosa si prova effettivamente durante una spedizione un poco “alta”?. Conosciamo la storia di Messner che rimase allibito ascoltando i suoi discorsi registrati su di un nastro durante la salita di uno dei suoi 8000, o di Doug Scott che, durante un bivacco a 8600 m. passò la notte a conversare con i suoi piedi. In quanto a Jean Troillet al ritorno dalla cima dell’Everest era convinto di avervi dimenticato un trasformatore elettrico. Notizie di alpinisti che perdono il senso delle distanze e del tempo non sono poi tanto rare, così come quelle di altri che non si ricordano come fissare un rampone. Il mondo dell’alta quota è il mondo delle sorprese, dell’incertezza, come se si entrasse in altri spazi, in altri tempi, in altre persone, un mondo a parte. Questo universo di nuove percezioni è chiamato “la zona della morte”, così come la chiamata Messner. Oltre gli 8000 m. si viene proiettati in un universo nuovo per i sensi e per l’intelligenza. E’ comunque un esperienza personale che ognuno vive a gradi diversi. Ma una delle verità più impressionanti è che l’alta montagna è abitata dalla morte. Gente che ha messo la tenda al colle sud dell’Everest accanto a dei cadaveri, gente morta appesa a delle corde fisse, gente arrivata in cima di notte con le cornee gelate. E’ importante non dimenticarlo; l’altitudine attrae come una droga e spesso ci si dimentica dei rischi che comporta.

Imparare a sopravvivere:
In altitudine i centri respiratori sono depressi. Fiato corto e accelerato con conseguente mal di testa, apnea prolungata, fino a 25 secondi a circa 4000 m. sono cose normali ma sono cose estremamente pericolose, soprattutto di notte. La poca anidride carbonica presente nell’aria non è sufficiente a stimolare i centri respiratori, e questo va ad aggiungersi alla già scarsa pressione atmosferica.
Tutti fenomeni che arrivano e spariscono altrettanto misteriosamente. Un consiglio importante è quello di non assumere sonniferi, in quanto agiscono da deprimenti respiratori, sforzarsi di stare calmi, respirare tranquillamente e profondamente, aprendo il diaframma, evitare di agitarsi inutilmente. Si portà tranquillamente giocare a carte, leggere un libro, ascoltare della musica e conversare, ma bisognerà fare anche piccoli sforzi come salire di 2 – 300 m. per fare alcune foto. Occorrerà anche prestare molta attenzione a quello che si mangia, ai problemi intestinali e al mal di gola, che, nel caso fossero insistenti, andranno combattuti senza esitare con degli antibiotici. La farmacia deve essere completa. Riassumendo, durante il periodo di acclimatazione occorre:

 andare lentamente;

 sapere fermarsi e riposare;

 essere attenti ai sintomi dolorosi e ai loro segnali;

 sapere scendere se i sintomi dolorosi persistono;

 bere bere e mangiare bene;

 evacuare altrettanto;

dimenticarsi al massimo dello stress e vivere il più possibile nel comfort della proprie tenda.

Pillole di benessere:

A forza di frequentare l’altitudine si imparano molte ricette per il benessere. La prima è quella del buon umore. L’altitudine ha il “dono” di risvegliare l’aggressività. Buon umore e un po’ di spirito, su se stessi in primo luogo, la tolleranza e la coscienza delle proprie possibilità. Seconda ricetta; il comfort. Una buona tenda mensa, dove si vive per lungo tempo, al riparo dal vento, meglio se con un tappeto per terra. Caldo, musica, riviste, lampade a gas, sono tutte cose che aiutano a rendere confortevole un ambiente dall’inospitalità bestiale. I materassini delle tende dovranno essere del tipo gonfiabile, e, si consiglia anche un contenitore ermetico per i bisogni notturni. Così come si consiglia di avere nel proprio bagaglio dei viveri personali; una bottiglietta di grappa, un tubetto di maionese, una scatola di biscotti qualche cioccolatino e tante caramelle. Potrebbe sembrare ridicolo ma lassù sono un vero lusso. Portarsi appresso anche degli integratori salini per dare gusto all’acqua bollita, e non ultimo un paio di sandali da indossare ai campi al posto degli scarponi. Ultimo elemento di comfort essere sicuri degli altri; e gli altri non sono necessariamente i propri compagni. Ricordatevi che ognuno è responsabile della preparazione del proprio materiale che deve essere fatta nel modo più minuzioso possibile, da esso potrebbe dipendere la nostra vita e quella dei nostri compagni.

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Notizie tratte dal sito MOUNTAIN TEAM

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