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La figura di don Helder Camara arcivesco di Olinda e Recife.

Vedi il nostro viaggio in Brasile, per giovan,i condotto da don Sandro Spinelli

Pubblichiamo l’intervista fatta da Oriana Fallaci :

ORIANA FALLACI  “Intervista con la storia” RIZZOLI (1977)

Helder Camara

La sua chiesa era una povera chiesa dentro la città di Recife, laggiù a nord del Brasile dove di bello c’è soltanto il mare e fa sempre caldo perché l’equatore è vicino: quell’anno non aveva mai piovuto e la siccità aveva ucciso piante, bambini, speranze. Non aveva ucciso altro perché non c’era altro a Recife eccetto decine e decine di chiesa barocche sulle quali il tempo ha spalmato una patina nera di sporco che nessuno provvede a pulire. La sua chiesa invece era pulita, bianca come la sua buona coscienza. Di sporco lì non c’era che la scritta di vernice color sangue su cui aveva messo una mano di calce, ma la vernice riaffiorava con la scritta visibile. Diceva: “Morte obispo rosso”. Morte al vescovo rosso. Ce l’avevano lasciata i suoi persecutori non molto tempo fa, quando gli avevano sparato quelle raffiche di mitra e gettato quelle bombe a mano. E da allora la piazzetta della chiesa era quasi sempre deserta, molta gente aveva paura a passarci. Se chiedevi a un poliziotto : “Por favor onde esta a Igresia das Fronteiras?” lui ti osservava sospettoso e poi annotava la targa del tuo taxi.

La sua casa era attaccata alla chiesa e non sembrava la dimora di un arcivescovo. Ammantati di stoffe morbide, coperti di gioielli, serviti da camerieri ossequiosi, gli arcivescovi vivono in palazzi cui si accede da strade eleganti. Alla sua invece si accedeva dalla strada perpendicolare alla piazzetta, rua das Fronteiras, ed era limitata dal muretto contro cui sparavano. Nel muretto scorgevi appena la piccola porta smaltata di verde, poi un campanello senza nome. Suonavi il campanello, alcuni polli starnazzavano, un gallo cantava, e mischiata a quei rumori una voce gentile avvertiva: “Vengo, vengo!”. Poi la porta si schiudeva ma cauta, si spalancava esitante, e nel vano c’era un omino con la tonaca nera. Sulla tonaca spiccava una croce di legno appesa a una catena d’acciaio. L’omino era pallido, calvo, e aveva un visuccio rugoso, una bocca arguta, un nasino a ballotta, gli occhi stanchi di chi dorme poco. Aveva anche un’aria innocua, dimessa, da prete di periferia. Ma non era un prete di periferia e non era neppure un omino. Era l’uomo più importante che tu potessi incontrare in Brasile, anzi in tutta l’America Latina. E, forse, il più intelligente, il più coraggioso. Era, è Don Helder Camara, l’arcivescovo che sfida i governi e denuncia le ingiustizie, gli abusi, le infamie su cui gli altri tacciono, che ha il fegato di predicare il socialismo e dire no alla violenza. Il premio nobel per la pace avrebbe dovuto andare a lui più di una volta. Non pochi lo definiscono santo. Se la parola santo vuol dire qualcosa, anch’io dico che è un santo.

Il governo brasiliano non la pensa così. Il governo brasiliano è forse il governo più fascista, più cupo che esista in America Latina.  A chi lo oppone chiedendo libertà, la sua polizia riserva torture che superano persino le torture della polizia greca. Riserva il “pau de arara”, o palo del pappagallo, che consiste in un palo simile a quello dove si dondolano i pappagalli. Di ferro o di legno, esso viene infilato tra i ginocchi e l’incavo delle braccia della vittima nuda, poi issato da terra e tenuto a metà tra il pavimento e il soffitto.  Qui la vittima resta appesa durante l’interrogatorio, e, poiché i suoi piedi e le sue caviglie sono stretti da corde, la circolazione del sangue si arresta, il corpo si gonfia come se scoppiasse, come se decuplicasse di peso. E poi, per chi si oppone chiedendo libertà, vi sono le scariche elettriche da applicarsi negli orecchi, nei genitali, nell’ano, nella lingua. Le scariche sono generalmente di 110 volt ma raggiungono anche i 230 volt e producono crisi epilettiche, convulsioni violente, ustioni di terzo grado, a volte il decesso come dimostrano moltissimi casi, incluso il caso di quel giornalista cui scaricarono 230 volt nell’ano. Morì di colpo. Tali torture colpiscono tutti coloro che finiscono alla DOPS, Divisione dell’Ordine Pubblico e Sociale, la criminale polizia militare brasiliana. Colpiscono liberali e comunisti, monache e preti, guerriglieri e studenti, perfino cittadini stranieri. Le prigioni sono piene in Brasile. Sai quando ci entri e non sai quando ne esci. Se ne esci vivo, ottanta casi su cento ne esci mutilato: con la spina dorsale rotta, le gambe paralizzate, i testicoli schiacciati, gli occhi e gli orecchi non funzionano più. La letteratura su tale infamia è interminabile. La trovi sui fogli ciclostilati delle organizzazioni di Resistenza, sui giornali americani ed europei, nei dispacci delle ambasciate. Anche se il mondo, spesso, dimentica perché il Brasile è lontano, perché il Brasile è una vacanza piena di mare, musica, samba, caffè, perché non conviene disturbare i rapporti commerciali fra paesi democratici e dittature, la tragedia non è certo un mistero. Però guai a parlarne, in Brasile, guai a farne allusioni o denunce. E i più stanno zitti.

Helder Camara è il solo che osi alzare la voce, insieme a un gruppetto di prelati che non hanno dimenticato il vangelo. Ma paga per questo: Dio, se paga! Quando a Parigi descrisse le torture inflitte ai detenuti politici nelle carceri di San Paolo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Porto Alegre, Recife, lo chiamarono “traditore”, “diffamatore”, “demagogo”. Quando diffuse le sue accuse dalla sua piccola casa in rua das Fronteiras, gli spararono quelle raffiche di mitra e gli scrissero sul muro morte obispo rosso. E così quelle infami autorità brasiliane lo considerano un pericolo pubblico, ne sorvegliano attentamente ogni gesto, ogni incontro. Il popolo invece lo adora. Si rivolge a lui come a un babbo che non respinge mai e riceve a qualsiasi ora del giorno, della notte. Se egli non è a casa vuol dire che è andato a trovare un oppresso in qualche prigione, in qualche tugurio, in qualche villaggio dove la gente si spegne di fame e di sete prima di raggiungere l’età di quarant’anni e dove la morte è una liberazione misericordiosa. Se poi non è a Recife, vuol dire che è in giro pel mondo a gridare il suo messaggio e la sua indignazione, ora a Berlino ora a Kyoto ora a Detroit ora in Vaticano: le scarne braccia levate verso il cielo e le dita tese come artigli in cerca di Dio. È un uomo che, pur senza violenza, ha scelto il combattimento, costi ciò che costi. E le fortezze che attacca sono le fortezze della vergogna, del privilegio, della dittatura.

Non risparmia nessuno: né cattolici né marxisti, né imperi capitalisti né imperi comunisti, ma meno di chiunque risparmia i fascisti che frusta a sangue con l’ira di un Cristo deciso a cacciare i farisei dal tempio. Don Helder Camara ha una bella storia. Nacque a Fortaleza, nel nord-est del Brasile, nel 1909. Suo padre era un commerciante che si dilettava in critica teatrale e giornalismo, sua madre era istitutrice in una scuola elementare. Origine piccolo-borghese, insomma. Però non conobbe mai la ricchezza : cinque dei suoi fratelli morirono bambini, nel giro di pochi mesi, per dissenteria e mancanza di cure. Al seminario andò molto presto: ragazzo. La vocazione gli era esplosa a otto anni, dice: misteriosa e caparbia. Da allora non aveva mai concepito altro impegno, per sé, fuorché quello del prete. Divenne prete verso i ventidue anni, quando divenne fascista. Sì, fu per qualche tempo fascista. “In ciascuno di noi dorme un fascista e talvolta esso non si sveglia mai, in me invece si svegliò”.

Lo narra senza vergogna, autoflagellandosi in questa ammissione, e l’unico momento in cui si giustifica è quando spiega che fu il suo vescovo a chiedergli di diventare fascista. Uno di quei vescovi che si ammantano di stoffe morbide, si coprono di gioielli, si fanno servire da camerieri ossequiosi e vivono in palazzi cui si accede da strade eleganti. Uno di quelli il cui motto è Dio-Patria-Famiglia. Eh sì, li conobbe bene, don Helder, i fascisti. Li conobbe assai prima di approdare a quella piccola chiesa di Recife, a quella piccola casa con le galline che starnazzano intorno, e alla branda dove riposa solo quattr’ore su ventiquattro perché la notte lo svegliano continuamente telefonandogli insulti, cercando di spaventarlo: “Ora arriviamo e ti facciamo fuori, sporco comunista”, “Raccomanda l’anima a Dio perché non vedrai il giorno, brutto figlio di cane”. Ma lui dice che non gliene importa, dormire quattro ore per notte gli basta. Lo intervistai lì, nel corso di tre giorni. Ci parlai in francese, lingua che conosce benissimo, e più che un prete a me parve un leader.

Del leader aveva la voce appassionata, gli occhi scintillanti, la sicurezza di chi sa d’esser creduto. Ogni tanto si alzava, e andava a farmi un caffè. Poi tornava col caffè, i biscottini, e ne approfittava per sbirciare la strada: controllare che non vi fosse nessuno a imbrattargli di nuovo il muro o gettargli una bomba. Io lo seguivo con lo sguardo e pensavo a Camilo Tores, il giovane prete che aveva gettato la tonaca per imbracciare il fucile ed era morto al primo combattimento, con una pallottola in mezzo alla fronte. Pensavo a Padre Tito de Alencar, il giovane dominicano che la DOPS aveva torturato a San Paulo in sevizie da Inquisizione. Apri-la-bocca-che-ti-diamo-l’ostia-consacrata-prima-di-ammazzarti. Poi invece dell’ostia consacrata gli davano una scarica da 220 volt sulla lingua. Pensavo a tutti i religiosi che in America Latina riempivan le carceri e morivano tra le sofferenze, mentre i vescovi ammantati di stoffe morbide e coperti di gioielli e serviti da camerieri ossequiosi collaboravano coi generali al potere, proteggevano i fucilatori. In Brasile,in Cile, in Uruguay, in Paraguay, in Venezuela, nel Guatemala. E concludevo: “Non te lo daranno il Nobel per la pace, don Helder. Non te lo daranno mai. Sei troppo scomodo per tutti”

Infatti non glielo dettero. Quell’anno lo dettero a Willy Brandt e nel 1973, quando fu posta di nuovo la sua candidatura, lo dettero a Henry Kissinger e a Le Duc Tho. E Le Duc Tho lo rifiutò, meno male. Kissinger invece se lo tenne.

ORIANA FALLACI. Corre voce, don Helder, che Paolo Sesto la chiami “il mio arcivescovo rosso”. E in realtà lei non dev’essere un uomo comodo per il Vaticano. Deve fare paura a parecchia gente là dentro. Vogliamo parlarne un poco?

HELDER CAMARA. Guardi, il Papa sa benissimo ciò che fo e ciò che dico. Quando denuncio le torture in Brasile, il Papa lo sa. Quando mi batto per i poveri e pei detenuti politici, il Papa lo sa. Quando viaggio all’estero per sollecitare giustizia, il Papa lo sa. Le mie opinioni egli le conosce da tempo perché ci conosciamo da tempo. Per l’esattezza, dal 1950, quando era segretario di stato. Non gli nascondo nulla, non gli ho mai nascosto nulla. E, se il Papa ritenesse che fo male a fare quello che fo, se mi dicesse di smetterla, smetterei. Perché sono un servo della chiesa e conosco il valore del sacrificio. Però il Papa non me lo dice e se mi chiama “il suo arcivescovo rosso” lo fa scherzosamente, affettuosamente, non certo come lo fanno qui in Brasile dove chiunque non sia reazionario viene definito comunista o al servizio dei comunisti. L’accusa non mi tocca. Se fossi un agitatore, un comunista, non potrei entrare negli Stati Uniti e riceverci le lauree honoris causa dalle università americane. Dopo tale premessa, tuttavia, devo chiarire che con le mie idee e i miei discorsi io non impegno l’autorità del Papa: ciò che dico o fo è mia esclusiva responsabilità personale. Il che non mi trasforma in eroe: non sono mica il solo a parlare. Le torture in Brasile, ad esempio, sono state denunciate anzitutto e soprattutto dalla commissione pontificia la quale impegna l’autorità del Papa. Il Papa stesso le ha condannate, e la sua condanna conta più di quella d’un povero prete che non fa paura a nessuno in Vaticano.

OF. Un povero prete che è un principe della Chiesa, che è uno degli uomini più rispettati e ammirati del mondo. Un povero prete cui pensano di dare il Premio Nobel per la pace. Un povero prete che quando parla delle torture riesce a riempire l’intero Palazzo dello Sport a Parigi e a svegliare la coscienza di milioni di persone in ogni paese. Vogliamo parlare di questo, Don Helder?

HC. Be’, andò così. Ero a Parigi e mi si chiese di raccontare la verità. Risposi: certo, il dovere di un religioso è anche informare, specie a proposito di un paese come il Brasile dove la stampa è controllata o asservita al governo. Incominciai ricordando che avrei parlato di un crimine assai familiare ai francesi che se n’erano resi colpevoli durante la guerra d’Algeria: la tortura. Aggiunsi che tali infamie avvenivano anche per la debolezza di noi cristiani, troppo abituati a inchinarci dinanzi al potere e alle istituzioni oppure a tacere. Spiegai che non avrei raccontato nulla di nuovo perché non era più un segreto che ai detenuti politici si infliggessero sofferenze disumane, da Medio Evo: documenti irrefutabili erano già stati pubblicati ovunque. Poi descrissi metodi di tortura: dalle scariche elettriche al pau de arara. E narrai episodi che io stesso avevo controllato. Ad esempio, il caso di uno studente al quale erano state fatte cose tanto orribili che s’era buttato dalla finestra della sede della Polizia. Luis De Ledeiros è il suo nome. E la storia, nelle sue linee essenziali, è questa qui. Non appena informato che Luis De Ledeiros era in ospedale, mi precipitai da lui insieme a uno dei miei consiglieri. E riuscii a vederlo. A parte il tentativo di suicidio, era in condizioni spaventose: tra l’altro gli avevano strappato quattro unghie e schiacciato i testicoli. Il medico che lo curava confermò e mi disse: vada dal governatore, che è medico, gli dica di venire qui a esaminare i corpi dei torturati. Era ciò che cercavo: avere in mano, finalmente, una testimonianza diretta. Subito mi recai al palazzo del governatore, col mio vescovo ausiliario, e feci denuncia. Quindi inviai la denuncia a tutte le parrocchie, tutti i vescovi, e alla conferenza dei vescovi.

OF: Qualche vescovo non ci crede, Don Helder, e si schiera con coloro che negano le torture. Come giudica costui?

HC: Come vuole che lo giudichi! Augurandomi che Dio lo illumini, che lo renda più degno delle sue responsabilità. Io sono sempre stato per il pluralismo della Chiesa ma dinanzi a coloro che rappresentano la parte putrida della Chiesa mi viene voglia di dire ciò che diceva a certi tipi Papa Giovanni: “ Caro Padre, lo sa che lei è proprio marcio? Il soffio di Dio non è arrivato fino a lei, lo sa?”. Perbacco, dubitare delle torture all’inizio era lecito o quasi. Non c’erano prove. Ma dubitarne oggi è grottesco: esse sono illustrate perfino nel rapporto dell’Associazione mondiale dei giuristi: con nomi, cognomi, date. E poi quanti preti abbiamo in prigione? Non sono la maggioranza giacché è più comodo arrestare un laico che un prete, torturare un laico che un prete, ma sono parecchi e sono testimoni preziosi se riesci ad avvicinarli.
Dico “se” perché oggi, in Brasile, quando si finisce in prigione, diventa impossibile farlo sapere ed entrare in contatto con un familiare o un avvocato. Ma la cosa peggiore non è nemmeno questa: è il silenzio della stampa e dei cittadini. Né l’una né gli altri osano parlarne e così sembra che il popolo sia d’accordo col regime, che le vittime raccontino falsità o esagerazioni. Io spero solo che lo scandalo esploso sulla stampa estera e l’intervento della chiesa mondiale servano a migliorare le cose.

OF: Don Helder, cosa le è successo dopo le dichiarazioni che fece a Parigi?

HC: Denunciare le torture in Brasile è considerato dal governo un crimine contro la patria. E anche su questo punto v’è una certa divergenza di vedute tra me e il governo. Infatti io considero un crimine contro la patria non denunciarle. Così lasciai Parigi pensando: guardiamo cosa succede, Don Helder, quando rientri in Brasile. Non successe nulla. Passai tranquillamente attraverso la polizia, la dogana, e andai a casa. Ci furono attacchi sulla stampa, è vero. Attacchi curiosi, buffi. Ma di quelli non me ne curo perché di rado leggo i giornali, onde evitare amarezze. Del resto intimidirmi è inutile, nel mio cuore non ci sono dubbi, e ciò che è nel mio cuore va direttamente alle labbra: ai miei fedeli, nelle mie visite pastorali, nei miei sermoni, io dico le stesse cose che dico a lei: né possono zittirmi giacché nell’esercizio del mio ufficio non riconosco altra autorità che quella del Papa. Naturalmente mi è proibito parlare alla radio, alla televisione, e poiché non sono ingenuo capisco che prima o poi potrebbero privarmi dei miei diritti civili. Per quello che valgono giacché in Brasile non si esercita mica il voto, non ci sono mica le elezioni. Ma in linea di massima godo di una certa libertà,  mi tormentano solo con le minacce.

OF: Quali minacce?

HC: Minacce di morte, no? Raffiche di mitra, bombe, telefonate, e calunnie indirizzate al Vaticano. Deve sapere che qui in Brasile c’è un movimento di estrema destra chiamato “Famiglia e sicurezza”. Con quello cominciarono a tormentarmi tanto tempo fa. Avvicinavano la gente che si recava in chiesa e chiedevano: “Sei contro il comunismo o a favore?”. La gente diceva contro, naturalmente, così loro raccoglievano firme e poi le spedivano al Papa per chiedergli di “cacciare quel comunista di Don Helder”. Il Papa non ci ha mai dato peso, io neanche. Però dopo è sorto un movimento clandestino, una specie di Ku Klux Klan brasiliano, detto “Comando di caccia ai comunisti” o CCC. Questo CCC si occupa in particolar modo delle case dove hanno rovinato il muretto a colpi di mitra e dove hanno imbrattato quel muro della chiesa, una volta al palazzo arcivescovile, una volta all’istituto cattolico, una volta in un’altra chiesa dove sono solito andare. Sempre lasciando la firma CCC. Però non mi hanno mai ferito. Uno studente che conosco invece lo hanno mitragliato nella schiena e ora è paralizzato per sempre. Un mio collaboratore di ventisette anni, Henrique Pereira Neto, professore di sociologia all’università di Recife, che predicava il Vangelo nelle favelas, lo abbiamo trovato impiccato a un albero e col corpo crivellato di pallottole. Cose che a Recife non stupiscono più.

OF: Non stupiscono più?

HC: No, come le minacce al telefono. Io ci ho fatto l’abitudine ormai. Mi chiamano di notte, a intervalli di un’ora o mezz’ora, e mi dicono: “Sei un agitatore, un comunista, preparati a morire, ora arriviamo e ti facciamo vedere l’inferno”.  Che scemi. Non gli rispondo nemmeno. Sorrido e poso il ricevitore. Ma perché lo alza, chiederà lei. Perché rispondere al telefono è mio dovere. Potrebb’essere qualcuno che sta male, che ha bisogno, che chiede aiuto. Sono un prete sì o no? Durante il campionato mondiale di calcio s’erano un po’ acquietati. In quei giorni non pensavano che al pallone. Ma poi hanno ripreso e anche stanotte non mi hanno lasciato dormire né pregare. Ogni mezz’ora, drin-drin. “Pronto, veniamo ad ammazzarti”. Scemi! Non hanno ancora capito che uccidere me non serve, di preti come me ce ne sono tanti.

OF: Purtroppo no, Don Helder, ce ne sono pochissimi invece. Ma torniamo a quel soprannome di “arcivescovo rosso”: quali sono, oggi, le sue scelte politiche? È socialista come si dice, o no?

HC: Certo che lo sono! Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza perché fosse suo cocreatore e no perché fosse uno schiavo: come si può accettare che la maggioranza degli uomini siano sfruttati e vivano da schiavi? Io non vedo soluzione alcuna nel capitalismo. Però non la vedo neanche negli esempi socialisti che oggi ci vengono offerti perché essi si basano sulle dittature, e non si arriva al socialismo con la dittatura: la dittatura ce l’abbiamo già, ecco il mio chiodo fisso. Sì, l’esperienza marxista è stupefacente: ammetto che l’Unione Sovietica ha ottenuto grande successo cambiando le proprie strutture, ammetto che la Cina rossa ha bruciato le tappe in modo ancora più straordinario. Ma quando leggo ciò che accade nell’unione sovietica, nella Cina rossa, le epurazioni, le delazioni, gli arresti, la paura, vi trovo un parallelo così forte con le dittature di destra e il fascismo! Quando osservo la freddezza con cui l’Unione sovietica si comporta verso i paesi sottosviluppati, l’America Latina ad esempio, scopro che essa è così identica alla freddezza degli Stati Uniti! Qualche esempio del socialismo posso tentare di vederlo, forse, in alcuni paesi fuori dell’orbita russa o cinese: la Tanzania, forse, la Cecoslovacchia prima che la schiacciassero. Ma neanche. Il mio socialismo è un socialismo speciale, un socialismo che rispetta la persona umana e si rifà agli Evangeli. Il mio socialismo è giustizia.

OF: Don Helder, non c’è parola sfruttata come la parola giustizia. Non c’è utopia come la parola giustizia. Cosa intende lei per giustizia?

HC: Giustizia non significa imporre a tutti una identica quantità di beni in un identico modo. Ciò sarebbe atroce. Sarebbe come se tutti avessero lo stesso volto e lo stesso corpo e la stessa voce e lo stesso cervello. Io credo al diritto d’avere visi differenti e corpi differenti e voci differenti e cervelli differenti: Dio può permettersi il rischio d’essere giudicato ingiusto. Ma Dio non è ingiusto e vuole che non vi siano privilegiati e oppressi, vuole che ciascuno riceva l’essenziale per vivere: restando diverso. Allora cosa intendo io per giustizia? Intendo  una migliore distribuzione dei beni, sia su scala nazionale che internazionale. C’è un colonialismo interno e un colonialismo esterno. Per dimostrare quest’ultimo basta ricordarsi che l’ottanta per cento delle risorse di questo pianeta sono nelle mani del venti per cento dei paesi, cioè nelle mani delle superpotenze o delle nazioni al servizio delle superpotenze. Tanto per dare due piccoli esempi basti dire che negli ultimi quindici anni gli Stati Uniti hanno guadagnato sull’America Latina ben undici miliardi di dollari, è una cifra fornita dall’ufficio statistiche dell’università di Detroit; basti dire che per un trattore canadese la Giamaica deve pagare l’equivalente di 3200 tonnellate di zucchero… Per dimostrare il colonialismo interno, invece, basta occuparsi del Brasile. Al nord del Brasile vi sono zone che definire sottosviluppate sarebbe generoso. Altre zone che ricordano la preistoria: in esse gli uomini vivono come al tempo delle caverne e sono felici di mangiare ciò che trovano nella spazzatura. E a questa gente io che gli racconto? Che devono soffrire per andare in Paradiso? L’eternità incomincia qui sulla terra, non in Paradiso.

OF: Don Helder, lei ha letto Marx?

HC: Sicuro. E non sono d’accordo con le sue conclusioni ma sono d’accordo con la sua analisi della società capitalista. Il che no autorizza nessuno a darmi l’etichetta di marxista onorario. Il fatto è che Marx va interpretato alla luce di una realtà che è cambiata, che cambia. Io lo dico sempre ai giovani: è un errore prendere alla lettera Marx, Marx va utilizzato tenendo presente che la sua analisi è di un secolo fa. Oggi, ad esempio, Marx non direbbe che la religione è una forza alienata e alienante: la religione s’è meritata quel giudizio ma tale giudizio non è più valido, guardi che succede coi preti dell’America Latina. Ovunque. Molti comunisti del resto lo sanno. Lo sanno i tipi come il francese Garaudy, e non importa se i tipi come Garaudy vengono respinti dal partito comunista: essi esistono e pensano, essi incarnano quel che Marx direbbe ai giorni nostri. Cosa vuole che le dica? Gli uomini di sinistra sono spesso i più intelligenti e i più generosi, però vivono in un equivoco fatto di ingenuità o di cecità. Non vogliono mettersi in testa che oggi vi sono cinque giganti nel mondo: i due giganti capitalisti, i due giganti comunisti, e un quinto gigante che è un gigante dai piedi d’argilla cioè il mondo sottosviluppato. Il primo gigante capitalista, non c’è bisogno di sottolinearlo, si chiama Stati Uniti. Il secondo si chiama Mercato Comune Europeo,e si comporta anch’esso con tutte le regole dell’imperialismo. Il primo gigante comunista si chiama Unione Sovietica, il secondo si chiama Cina rossa: e solo gli imbecilli si illudono che i due imperi capitalisti siano divisi dai due imperi comunisti con le ideologie. Si spartirono il mondo a Yalta e continuano a spartirselo sognando una seconda conferenza di Yalta. Dunque per il quinto gigante dai piedi d’argilla, per noi, la speranza dov’è? Io non la vedo né presso i capitalisti americani ed europei né presso i comunisti russi e cinesi.

OF: Don Helder, ho da porle una domanda imbarazzante e doverosa. Ci fu un periodo, nella sua vita, durante il quale lei abbracciò il fascismo. Come fu possibile? E come giunse, dopo, a scelte così diverse? Perdoni il brutto ricordo.

HC: Lei ha ogni diritto di rinfacciarmi quel brutto ricordo e io le rispondo senza vergogna. In ciascuno di noi dorme un fascista e talvolta esso non si sveglia mai, talvolta invece si sveglia. In me si svegliò quando ero giovane. Avevo ventidue anni, sognavo anche allora di cambiare il mondo, e vedevo il mondo diviso tra destra e sinistra, cioè fascismo e comunismo. Quale oppositore al comunismo, scelsi il fascismo. Si chiamava Azione Integralista, in Brasile. Gli integralisti portavano le camicie verdi anziché le camice nere come gli italiani sotto Mussolini. E il loro motto era Dio-Patria-Famiglia: un motto che a me andava benissimo. Come giudico ciò? Col mio semplicismo giovanile, con la mia buona fede, con la mia mancanza di informazioni: non c’erano molti libri da leggere, né molti uomini sani da ascoltare. E anche col fatto che il mio superiore, il vescovo di Ceara, fosse favorevole e m’avesse chiesto di lavorare con gli integralisti. Ci lavorai fino a ventisett’anni, sa? Cominciai a sospettare che quella non fosse la strada giusta solo quando giunsi a Rio de Janeiro dove il cardinal Leme, che non la pensava come il cardinale di Ceara, mi ordinò di abbandonare il movimento. Le racconto ciò senza imbarazzo perché ogni esperienza, ogni errore, arricchisce e insegna: se non a altro a capire gli altri. Ai fascisti di oggi io so quel che dico quando dico: non c’è solo il fascismo, non c’è solo il comunismo, la realtà è assai più complicata. Ma lei vuole sapere come giunsi alle scelte di oggi. La risposta è semplice: quando un uomo lavora a contatto della sofferenza, finisce sempre col restare incinto della sofferenza. Molti reazionari sono tali perché non conoscono la miseria, l’umiliazione. Quando restai incinto? Chissà. Posso dire soltanto che la mia gravidanza esisteva già nel 1952 quando fui nominato vescovo. Nel 1955, l’anno del Congresso eucaristico internazionale, era già una gravidanza avanzata. Partorii le mie nuove idee un giorno del 1960, nella chiesa della Candelaria, per la festa di San Vincenzo de’ Paoli. Salii sul pulpito e cominciai a parlare della carità intesa come giustizia e non come beneficenza.

OF: Don Helder, a quella giustizia alcuni intendono giungere con la violenza. Cosa pensa della violenza quale strumento di lotta?

HC: La rispetto. Ma qui c’è un ragionamento da fare. Quando si parla di violenza non si deve dimenticare che la violenza numero uno, la violenza madre di tutte le violenze, nasce dalle ingiustizie. Si chiama ingiustizia. Così i giovani, che tentano di interpretare gli oppressi, reagiscono alla violenza numero uno con la violenza numero due, cioè la violenza corrente, e questa provoca la violenza numero tre, cioè la violenza fascista. È una spirale. Io, come religioso, non posso e non devo accettare nessuna di queste tre violenze, però la violenza numero due posso comprenderla: appunto perché so che ad essa si giunge attraverso le provocazioni. Io detesto chi resta passivo, chi tace, e amo solo chi si batte, chi osa. I giovani che in Brasile reagiscono alla violenza con la violenza sono idealisti che ammiro. Purtroppo la loro violenza non conduce a nulla e così devo aggiungere: se vi mettete a giocare con le armi, gli oppressori vi schiacceranno. Pensare di affrontarli sul loro piano è pura follia.

OF: In altre parole, Don Helder, lei mi sta dicendo che in America Latina la rivolta armata è impossibile.

HC: Legittima e impossibile. Legittima perché provocata, impossibile perché sarà schiacciata. L’idea che la guerriglia fosse l’unica soluzione per l’America Latina si sviluppò dopo la vittoria di Fidel Castro. Ma Fidel Castro, all’inizio, non aveva contro gli Stati Uniti! Gli Stati Uniti furono presi di sorpresa con Cuba e, dopo Cuba, si prepararono all’antiguerriglia in tutti i paesi dell’America Latina: per impedire altre Cuba. Sicché oggi, nell’America Latina, tutti i militari al potere sono aiutati dal Pentagono per schiacciare chiunque tenti la rivoluzione. Non solo esistono scuole superiori di guerra dove i soldati vengono allenati nelle condizioni più dure, nella giungla, tra le vipere, ma dove si insegna anche la propaganda politica. Cioè, mentre il loro corpo impara a uccidere, il loro cervello si convince che il mondo sia diviso in due: da una parte il capitalismo con i suoi valori, dall’altra il comunismo coi suoi antivalori. Queste forze speciali insomma sono così preparate che chiunque si prova ad affrontarle finisce inevitabilmente col perdere.

OF: Come Che Guevara? Don Helder, qual è il suo giudizio su Che Guevara?

HC: Guevara fu, a Cuba, il genio della guerriglia. Lo dimostrò a Cuba perché fu lui e non Fidel Castro a riportare la straordinaria vittoria.  Dico straordinaria perché io non ho mica dimenticato, sa, quel che era Cuba ai tempi di Batista! Gli altri sì, io no. Però da un punto di vista politico era assai meno geniale, e la sua morte dimostra che il mio ragionamento è giusto. Poi scelse la Bolivia, cioè un paese con pochissimi privilegiati e una massa che vive al di sotto del livello umano: senza speranza né coscienza per rivoltarsi. E fu un errore perché non poteva essere aiutato da coloro per cui lottava: chi non ha una ragione per vivere, non ha nemmeno una ragione per morire. Rimase solo, e gli esperti dell’antiguerriglia se lo divorarono. No, Cuba non può ripetersi e io non credo che l’America Latina abbia “bisogno di molti Vietnam”, come diceva Che Guevara. Quando penso al Vietnam penso a un popolo eroico che si batte contro una superpotenza, giacché non credo affatto che gli Stati Uniti siano lì per difendere il mondo libero. Ma non credo nemmeno che alla Cina rossa importi un accidente del Vietnam e chiedo: “Vi illudete davvero che quando la guerra sarà finita, il popolo vietnamita risulterà vincitore?”
OF: E Camilo Tores?

HC: Lo stesso. Camilo era un prete sincero, ma a un certo punto, pur restando un prete e un cristiano, perse ogni illusione sul sogno che la chiesa sapesse e volesse realizzare i suoi bellissimi testi. E pensò che il partito comunista fosse il solo in grado di fare qualcosa. Così i comunisti lo presero e lo spedirono subito in combattimento, laddove il pericolo era più grave. Avevano un piano in mente: Camilo sarà ucciso, e la Colombia andrà a fuoco. Camilo fu ucciso, ma la Colombia non andò a fuoco. Né i giovani né i lavoratori si mossero. E si torna al mio discorso di prima.

OF: Don Helder, applicherebbe quel discorso anche ai giovani che in Brasile esercitano la guerriglia urbana?

HC: Ovvio. Oh! Io rispetto enormemente i giovani brasiliani di cui parla. Li amo perché sono audaci, maturi, perché non agiscono mai per odio, e pensano solo a liberare il paese. A costo della loro vita. Non hanno il tempo di preparare le masse, sono impazienti, e pagano con la vita. Quei giovani non vorrei scoraggiarli, ma devo. Vale la pena di sacrificare la loro vita per nulla? O quasi nulla? Consideri anzitutto le rapine che fanno alle banche per procurarsi i soldi necessari a comprare le armi. Le armi costano un prezzo disgustoso, introdurle in città è un’impresa pazzesca: quel rischio, quel sacrificio, non è quindi sproporzionato? Ora consideri i rapimenti dei diplomatici, fatti allo scopo di liberare i loro compagni in prigione. Tutte le volte che un ambasciatore viene rilasciato dai guerriglieri in cambio dei loro compagni in prigione, la polizia fa una retata e le celle vuotate si riempiono di nuovo. Così le stanze della tortura. Da una parte escono, insomma, e dall’altra rientrano: che senso ha? Il senso di darsi il cambio, di aggiungere mutilati a mutilati, morti ai morti? Il senso di accrescere la spirale della violenza, di facilitare la dittatura fascista? La mia opposizione, come vede, non è basata su motivi religiosi, ma su motivi tattici. Non viene da alcun idealismo, viene da un realismo squisitamente politico. Un realismo che si applica ad ogni altro paese: Stati Uniti, Italia, Francia, Spagna, Russia. Se in ciascuno di questi paesi i giovani si rovesciassero per le strade a tentare una rivoluzione, sarebbero annientati in un battibaleno. Negli stati uniti, ad esempio, il pentagono finirebbe del tutto al potere. Non bisogna essere impazienti!

OF: Anche Gesù Cristo era impaziente, Don Helder. E non faceva molti ragionamenti tattici quando sfidava le autorità costituite. Nella storia del mondo hanno vinto sempre coloro che osavano l’inosabile. E i giovani…

HC: Se lei sapesse come io capisco i giovani! Anch’io da giovane ero impaziente: al seminario ero un tale contestatore che non riuscivo a diventare figlio di Maria. Chiacchieravo nelle ore dedicate al silenzio, scrivevo poesie sebbene fosse proibito, polemizzavo coi miei superiori. E le nuove generazioni di oggi, mi riempiono di ammirazione, perché son cento volte più disobbedienti di quanto lo fossi io, cento volte più coraggiose di quanto lo fossi io. Negli Stati Uniti, in Europa, ovunque. Non so nulla dei giovani russi, ma sono certo che anche loro tentano qualcosa. Sì, lo so che pei giovani d’oggi è tutto più facile, perché hanno più informazioni, più comunicazioni, hanno la strada che la mia generazione ha lastricato per loro. Ma la usano così bene quella strada! V’è in loro una tale sete di giustizia, di rivolta, un tale senso di responsabilità. Sono esigenti verso i loro genitori, i loro professori, se stessi. Voltano le spalle alla religione, perché si sono accorti che la religione ha tradito. E sono sinceri quando incontrano la sincerità, la sensibilità. Tempo fa vennero a trovarmi alcuni giovani marxisti, e, con una certa arroganza, dissero di aver deciso di accettarmi. Senti senti, risposi io, supponiamo allora che io non accetti voi. Ne derivò una discussione accesa, anzi dura, ma finì in un abbraccio. I giovani d’oggi non solo li amo, li invidio: giacché hanno la fortuna di vivere la loro giovinezza insieme alla giovinezza del mondo. Ma lei non può impedirmi d’essere vecchio, e quindi d’essere saggio, non impaziente.

OF: D’accordo. Allora, Don Helder, le chiedo: quali sono le soluzioni che la sua saggezza ha trovato per cancellare l’ingiustizia?

HC: Chiunque abbia la soluzione in tasca è uno scemo presuntuoso. Io non ho soluzioni. Ho solo opinioni, suggerimenti, che si riassumono in due parole: violenza pacifica. Cioè non la violenza scelta dai giovani con le armi in mano, ma la violenza, se vuole, già predicata da Ghandi e da Martin Luter King. La violenza di Cristo. La chiamo violenza perché non si contenta di piccole riforme, revisionismi, ma esige una rivoluzione completa delle strutture attuali: una società rifatta da capo. Su basi socialiste e senza spreco di sangue. Non basta lottare pei poveri, morire pei poveri: bisogna dare ai poveri la conoscenza dei loro diritti, e della loro miseria. Bisogna che le masse avvertano l’urgenza di liberarsi e non  d’essere liberate da pochi idealisti che affrontano la tortura come i cristiani affrontavano i leoni nel Colosseo. Farsi mangiare dai leoni serve a ben poco se le masse restano sedute a guardare lo spettacolo. Ma come facciamo a rizzarli in piedi, replicherà lei, questo è un gioco di specchi! Be’, io sarò un utopista, un ingenuo, ma dico: è possibile “coscientizzare” le masse e, forse, è possibile aprire un dialogo con gli oppressori. Non esiste uomo che sia completamente cattivo, perfino nella più infame delle creature si trovano elementi validi: e se riuscissimo in qualche modo a fare un discorso coi militari più intelligenti? Se riuscissimo addirittura a indurli a una revisione della loro filosofia politica? Essendo stato un integralista, un fascista, io conosco il meccanismo del loro ragionamento: potrebbe anche darsi che riuscissimo a convincerli che quel meccanismo è sbagliato, che torturando e uccidendo non si ammazzano le idee, che l’ordine non si mantiene con il terrore, che il progresso si raggiunge soltanto con la dignità, che i paesi sottosviluppati non si difendono mettendoli al servizio degli imperi capitalisti, che gli imperi capitalisti vanno a braccetto con gli imperi comunisti. Si deve tentare.

OF: Lei ci ha tentato, Don Helder?

HC: Ci tenterò. Ci tento già ora dicendolo a lei, in questa intervista. Dovranno pur capirlo che il mondo va avanti, che il soffio della rivolta non investe solo il Brasile o l’America Latina, ma l’intero pianeta. Perbacco, ha investito persino la chiesa cattolica! Sul problema della giustizia la chiesa è già arrivata a certe conclusioni, e tale conclusioni sono su carta.
Perché è vero che molti preti discutono sul celibato, ma ancora di più discutono sulla fame e sulla libertà. E poi, sa, bisogna anche considerare le conseguenze del discutere sul celibato: v’è un rapporto tra le varie rivolte, non si può esigere il cambiamento delle strutture esterne se non si ha il coraggio di cambiare le strutture interne. I grandi problemi umani non sono monopolio dei preti che vivono nell’America Latina, di Don Helder. Li affrontano i preti in Europa, negli Stati Uniti, nel Canada, ovunque.

OF: Sono gruppi isolati, Don Helder. In cima alla piramide stanno ancora quelli che difendono le vecchie strutture, e le autorità stabilite.

HC: Non posso darle torto. V’è una differenza enorme tra le conclusioni firmate e le realtà vive. La chiesa è sempre stata troppo preoccupata del problema di mantenere l’ordine, evitare il caos, e ciò le ha impedito di accorgersi che il suo ordine era piuttosto disordine. Io mi chiedo spesso, senza scusare la chiesa, come sia possibile che persone serie e virtuose abbiano accettato e accettino tante ingiustizie. Per tre secoli, in Brasile, la chiesa ha trovato normale che i negri fossero tenuti in schiavitù! La verità è che la chiesa cattolica appartiene all’ingranaggio del potere. La chiesa ha denaro, così impiega il suo denaro, sprofonda fino al collo nelle imprese commerciali e si collega a coloro che detengono la ricchezza. Crede in tal modo di proteggere il suo prestigio ma, se vogliamo sostenere il ruolo che ci siamo arrogati non dobbiamo più pensare in termini di prestigio. Non dobbiamo neanche lavarci le mani, come Ponzio Pilato, dobbiamo mondarci del peccato di omissione e saldare il debito. E riconquistare il rispetto dei giovani, se non magari la loro simpatia e, magari, il loro amore. Via quei soldi, e basta col predicare la religione nei termini di pazienza, ubbidienza, prudenza, sofferenza, beneficenza. Basta con la beneficenza, i panini e i biscottini. La dignità degli uomini non si difende a regalargli panini e biscottini, ma insegnandogli a dire: mi spetta il prosciutto! Siamo noi preti i responsabili del fatalismo con cui i poveri si sono sempre rassegnati a esser poveri, i popoli sottosviluppati ad essere sottosviluppati. E continuando così diamo ragione ai marxisti secondo i quali le religioni sono una forza alienata e alienante, cioè l’oppio dei popoli!

OF: Accidenti, Don Helder, ma Paolo VI lo sa che lei dice anche queste cose?

HC: Lo sa, lo sa. E non disapprova. È che lui non può mica parlare come fo io, ha una certa gente intorno, pover’uomo.

OF: Senta, Don Helder, ma oggi come oggi lei crede davvero che la Chiesa possa avere un ruolo  nella ricerca e nell’applicazione della giustizia?

HC: Oh, no. Togliamoci dalla testa che dopo avere combinato tanti guai la Chiesa si possa permettere un simile ruolo. Abbiamo il dovere di rendere quel servizio, sì, ma senza boria. Senza dimenticarci che le colpe più gravi appartengono a noi cristiani. Io l’anno scorso ho partecipato per una settimana, a Berlino, a una tavola rotonda di cristiani buddisti induisti marxisti. Qui abbiamo discusso dei grandi problemi del mondo, esaminato ciò che avremmo fatto, e abbiamo concluso che le religioni sono in gran debito verso l’umanità ma il debito più grosso ce l’hanno i cristiani, anzi i cattolici. Come si spiega che quel pugno di paesi i quali hanno in mano l’ottanta per cento delle risorse terrestri siano paesi cristiani e spesso cattolici? Dunque concludo: se una speranza esiste, questa è lo sforzo di tutte le religioni messe insieme. Non nella Chiesa cattolica e basta, o nelle religioni cristiane e basta. Non esiste una sola religione, ormai, che abbia molte possibilità. La pace può essere raggiunta solo grazie a coloro che Papa Giovanni chiamava gli uomini di buona volontà.

OF: Quelli sono una minoranza priva di potere, don Helder.

HC: Sono le minoranze che contano. Sono le minoranze che hanno sempre cambiato il mondo ribellandosi, battendosi, e poi svegliando le masse. Qualche prete qua, qualche guerrigliero là, qualche vescovo qui, qualche giornalista lì. Non sto cercando di lusingarla, ma devo dirle che sono uno dei pochi che amano i giornalisti. Chi, se non i giornalisti, denuncia le ingiustizie e informa milioni e milioni di persone? Non tolga questa osservazione dall’intervista: nel mondo moderno quello dei giornalisti è un fenomeno importante. Un tempo, in Brasile, venivate solo per parlare delle nostre farfalle, dei nostri pappagalli, del nostro carnevale, insomma del nostro folclore. Ora invece venite qui e ponete il problema della nostra miseria, delle nostre torture. Non tutti, d’accordo: vi sono anche gli spensierati cui non importa se moriamo di fame o di scariche elettriche. Non sempre con successo, d’accordo: la vostra sete di verità si arresta laddove incomincia l’interesse dell’impresa che servite. Ma Dio è buono e a volte permette che i vostri padroni non siano molto intelligenti. Così, con la benedizione di Dio, le notizie passano sempre e una volta stampate rimbalzano con la velocità di un razzo diretto alla Luna, quindi dilagano come un fiume che rompe gli argini. Il pubblico non è sciocco, anche se è silenzioso. Ha occhi e orecchi, anche se non ha bocca. E v’è sempre un giorno in cui ripensa a ciò che ha letto. Io aspetto solo che legga questa estrema verità: non bisogna dire che i ricchi sono ricchi perché hanno lavorato di più o perché sono più intelligenti. Non bisogna dire che i poveri sono poveri perché stupidi e pigri. Quando manca la speranza e si eredita solo la miseria non serve più lavorare o essere intelligenti.

OF: Den helder, se lei non fosse un prete…

HC:  Può risparmiare la domanda: io non riesco neanche a immaginare di essere qualcosa al di fuori di un prete. Pensi: considero un crimine la mancanza di fantasia eppure non ho la fantasia di immaginarmi non-prete. Per me essere prete non è solo una scelta, è un sistema di vita. È ciò che l’acqua è per un pesce, il cielo per un uccello. Io al Cristo ci credo davvero, il Cristo per me non è un’idea astratta: è un amico personale. Essere un prete non mi ha mai deluso, né dato rimpianti. Il celibato, la castità, l’assenza di una famiglia nel modo che la intendete voi laici, tutto questo non è mai stato un peso per me. Se certe gioie mi sono mancate, ne ho avute e ne ho altre tanto più sublimi. Se lei sapesse cosa provo quando dico la messa, come mi ci immedesimo! La messa per me è davvero il calvario e la resurrezione, è una gioia folle! Ecco, c’è chi nasce per cantare, chi nasce per scrivere, chi nasce per giocare a pallone, chi nasce per fare il prete. Io sono nato per fare il prete: cominciai a dirlo all’età di otto anni e non certo perché i miei genitori me lo mettessero in testa.  Mio padre era un massone e mia madre entrava in chiesa una volta l’anno. Ricordo anzi che un giorno mio padre si spaventò e disse: “Figliolo mio, tu dici sempre di voler diventare prete. Ma lo sai cosa vuol dire? Un prete è qualcuno che non si appartiene perché appartiene a Dio e agli uomini, qualcuno che deve distribuire solo amore e fede e carità…” e io gli risposi: “Lo so, per questo voglio diventar prete”.

OF: Non un monaco, però. Il suo telefono suona troppo spesso e quel muretto colpito dalle raffiche di mitra non si adatta ad un convento

HC: Oh, si sbaglia! Io porto un convento dentro di me. Forse c’è un poco di mistico in me e anche nei miei incontri diretti col Cristo sono insolente come Cristo vuole. Però v’è sempre un momento in cui mi isolo alla maniera di un monaco. Ogni notte alle due io mi sveglio, mi alzo, mi vesto, e rimetto insieme i pezzi che ho sparso durante il giorno: un braccio qua, una gamba là, la testa chissà dove. Mi ricucio, solo solo, mi metto a pensare o a scrivere o a pregare, e mi preparo per la messa. Di giorno sono un uomo parco. Mangio poco, detesto gli anelli e le croci preziose, come vede, gioisco di doni a portata di mano: il sole, l’acqua, la gente, la vita. È bella la vita, e spesso mi chiedo perché per sostenere la vita bisogna uccidere altra vita: sia pure un uovo o un pomodoro. Sì, lo so che masticando il pomodoro io lo fo diventare don Helder e così lo idealizzo, lo rendo immortale. Però resta il fatto che distruggo il pomodoro: perché? È un mistero che non riesco a penetrare e che accantono dicendo pazienza, un uomo è più importante di un pomodoro.

OF: E quando non pensa al pomodoro, don Helder, non le capita mai d’essere un po’ meno monaco e un po’ meno prete? Di arrabbiarsi insomma con gli uomini che valgono meno di un pomodoro e sognare di prenderli almeno a pugni?

HC: Se mi capitasse sarei un prete col fucile in spalla. E io rispetto molto i preti col fucile in spalla, non ho mai detto che usare le armi contro l’oppressore sia immorale o anticristiano. Ma non è la mia scelta, non è il mio cammino, non è il mio modo di applicar gli Evangeli. Così, quando mi arrabbio, e lo noto dal fatto che le parole non mi escono più dalla bocca, mi freno e dico: “Calma, Don Helder!”. Sì, comprendo, lei non riesce a mettere insieme ciò che le ho appena detto con ciò che ho detto prima: da una parte il convento, dall’altra la politica. Ma ciò che lei chiama politica per me è religione. Cristo non faceva il gioco degli oppressori, non si piegava a coloro che gli dicevano: se difendi i giovani che rapiscono l’ambasciatore, se difendi i giovani che rapinano le banche per comprare le armi commetti un crimine contro la patria e lo stato. La chiesa vuole che mi occupi della liberazione dell’anima: ma come fo a liberare un’anima se non libero il corpo che contiene quell’anima? Io in cielo ci voglio mandare uomini, non cagnolini. Tanto meno cagnolini con lo stomaco vuoto e i testicoli schiacciati.

OF: Grazie, Don Helder. Mi pare che si sia detto quasi tutto, Don Helder. Ma ora cosa le succederà?

HC: Boh! Io non mi nascondo, io non mi difendo, e a farmi fuori non ci vuol molto coraggio. Però sono convinto che non possono ammazzarmi se Dio non vuole. Se invece dio lo vuole, perché lo ritiene giusto, accetto ciò come una grazia: la mia morte, chissà, potrebbe anche servire. Ho perso quasi tutti i capelli, i pochi che ho sono bianchi e non mi restano molti anni da vivere. Le loro minacce quindi non mi fanno paura. Insomma, è un po’ difficile che, con quelle, riescano a farmi chiudere il becco. Il solo giudice che accetto è Dio.

Recife, Agosto 1970

 

A fine agosto si è spento Monsignor Helder Camara, il Vescovo dei poveri. Ha condotto la sua coraggiosa opera in favore dei poveri fino all’utlimo, sfidando malattie ed età. È stato un testimone ed un profeta anche per Mani Tese: ci ha ispirato con il suo esempio, le sue parole, il suo impegno ed il suo affetto.

 

CHI ERA

Nato a Fortaleza, in Brasile, nel 1909 e ordinato sacerdote nel 1931, divenne Ausiliare del Cardinale di Rio de Janeiro e si acquistò il titolo di “Vescovo delle favelas”, i quartieri poveri che cingono la megalopoli brasiliana in un cerchio di miseria e di fame. Nel 1955 divenne il primo Vice-Presidente del Consiglio Episcopale Latino Americano (CELAM) e per dieci anni si interessò della problematica religiosa e sociale del continente fino al 1964 quando fu eletto Arcivescovo di Recife, la capitale del Nord-Est brasiliano, la regione più povera di tutto il paese dove lui stesso era nato. La sua passione per i poveri trovò nelle condizioni miserabili di centinaia di migliaia di agricoltori e operai lo stimolo immediato per un’azione illuminata e profonda. In un suo messaggio scriveva: “Continuando le attività che la nostra archidiocesi compie, avremo cura dei poveri, rivolgendoci specialmente alla povertà vergognosa, per evitare che la povertà degeneri in miseria. E’ evidente che in modo speciale, stanno presenti al mio pensiero i mocambos (i quartieri poveri di Recife) e i bambini abbandonati. Però non vengo per ingannare nessuno, quasi che bastino un poco di generosità e di assistenza sociale. Non c’è dubbio, ci sono miserie spettacolari davanti alle quali non abbiamo diritto di rimanere indifferenti. Molte volte l’unica cosa da fare è prestare un aiuto immediato. Però non pensiamo che il problema si limiti ad alcune piccole riforme”.

 

IL SUO PENSIERO

SCONFIGGERE MISERIA ED INGIUSTIZIA

Vi ricordo che il nostro Francesco d’Assisi chiamava “sorella” la povertà. Ma Francesco non chiamerebbe mai “sorella” la miseria, poiché la miseria è un affronto al Creatore Padre e un peccato contro la creatura umana. Non basta aiutare in qualche maniera, bisogna aver rispetto per la creatura umana. Il Signore desidera innanzitutto essere Padre, ma non soltanto Padre di un piccolo gruppo: desidera essere padre di tutte le creature umane, di tutte le razze, di tutte le lingue, di tutti i colori, di tutte le religioni e anche di chi non ha fede.

Due mesi fa noi Vescovi del Nord-Est del Brasile abbiamo avuto un incontro coi lavoratori del Brasile; è stata per noi un’esperienza innovativa, perché abbiamo visto che anche coloro che non sanno né leggere né scrivere sono capaci di pensare e di conoscere molto bene i loro problemi e le loro necessità. Quando per esempio nel nostro paese si fanno progetti di sviluppo astronomici e paradossali, il popolo capisce che essi vanno bene per le grandi compagnie multinazionali, ma che non servono a noi. Dobbiamo aiutare gli oppressi a crescere; anche loro hanno bisogno di una crescita umana, di una crescita che sia ampia, nell’interpretazione che tutti noi che abbiamo lo stesso Padre siamo fratelli e sorelle. E allora questo nostro incontro è stato proprio un grande incoraggiamento per noi. Abbiamo scoperto che due o tre secoli fa la Chiesa e più concretamente i Vescovi erano così preoccupati di sostenere le autorità, perché senza autorità c’è il caos sociale. Avevamo uno stretto legame

ORIANA FALLACI  “Intervista con la storia” RIZZOLI (1977)

Helder Camara

La sua chiesa era una povera chiesa dentro la città di Recife, laggiù a nord del Brasile dove di bello c’è soltanto il mare e fa sempre caldo perché l’equatore è vicino: quell’anno non aveva mai piovuto e la siccità aveva ucciso piante, bambini, speranze. Non aveva ucciso altro perché non c’era altro a Recife eccetto decine e decine di chiesa barocche sulle quali il tempo ha spalmato una patina nera di sporco che nessuno provvede a pulire. La sua chiesa invece era pulita, bianca come la sua buona coscienza. Di sporco lì non c’era che la scritta di vernice color sangue su cui aveva messo una mano di calce, ma la vernice riaffiorava con la scritta visibile. Diceva: “Morte obispo rosso”. Morte al vescovo rosso. Ce l’avevano lasciata i suoi persecutori non molto tempo fa, quando gli avevano sparato quelle raffiche di mitra e gettato quelle bombe a mano. E da allora la piazzetta della chiesa era quasi sempre deserta, molta gente aveva paura a passarci. Se chiedevi a un poliziotto : “Por favor onde esta a Igresia das Fronteiras?” lui ti osservava sospettoso e poi annotava la targa del tuo taxi.

La sua casa era attaccata alla chiesa e non sembrava la dimora di un arcivescovo. Ammantati di stoffe morbide, coperti di gioielli, serviti da camerieri ossequiosi, gli arcivescovi vivono in palazzi cui si accede da strade eleganti. Alla sua invece si accedeva dalla strada perpendicolare alla piazzetta, rua das Fronteiras, ed era limitata dal muretto contro cui sparavano. Nel muretto scorgevi appena la piccola porta smaltata di verde, poi un campanello senza nome. Suonavi il campanello, alcuni polli starnazzavano, un gallo cantava, e mischiata a quei rumori una voce gentile avvertiva: “Vengo, vengo!”. Poi la porta si schiudeva ma cauta, si spalancava esitante, e nel vano c’era un omino con la tonaca nera. Sulla tonaca spiccava una croce di legno appesa a una catena d’acciaio. L’omino era pallido, calvo, e aveva un visuccio rugoso, una bocca arguta, un nasino a ballotta, gli occhi stanchi di chi dorme poco. Aveva anche un’aria innocua, dimessa, da prete di periferia. Ma non era un prete di periferia e non era neppure un omino. Era l’uomo più importante che tu potessi incontrare in Brasile, anzi in tutta l’America Latina. E, forse, il più intelligente, il più coraggioso. Era, è Don Helder Camara, l’arcivescovo che sfida i governi e denuncia le ingiustizie, gli abusi, le infamie su cui gli altri tacciono, che ha il fegato di predicare il socialismo e dire no alla violenza. Il premio nobel per la pace avrebbe dovuto andare a lui più di una volta. Non pochi lo definiscono santo. Se la parola santo vuol dire qualcosa, anch’io dico che è un santo.

Il governo brasiliano non la pensa così. Il governo brasiliano è forse il governo più fascista, più cupo che esista in America Latina.  A chi lo oppone chiedendo libertà, la sua polizia riserva torture che superano persino le torture della polizia greca. Riserva il “pau de arara”, o palo del pappagallo, che consiste in un palo simile a quello dove si dondolano i pappagalli. Di ferro o di legno, esso viene infilato tra i ginocchi e l’incavo delle braccia della vittima nuda, poi issato da terra e tenuto a metà tra il pavimento e il soffitto.  Qui la vittima resta appesa durante l’interrogatorio, e, poiché i suoi piedi e le sue caviglie sono stretti da corde, la circolazione del sangue si arresta, il corpo si gonfia come se scoppiasse, come se decuplicasse di peso. E poi, per chi si oppone chiedendo libertà, vi sono le scariche elettriche da applicarsi negli orecchi, nei genitali, nell’ano, nella lingua. Le scariche sono generalmente di 110 volt ma raggiungono anche i 230 volt e producono crisi epilettiche, convulsioni violente, ustioni di terzo grado, a volte il decesso come dimostrano moltissimi casi, incluso il caso di quel giornalista cui scaricarono 230 volt nell’ano. Morì di colpo. Tali torture colpiscono tutti coloro che finiscono alla DOPS, Divisione dell’Ordine Pubblico e Sociale, la criminale polizia militare brasiliana. Colpiscono liberali e comunisti, monache e preti, guerriglieri e studenti, perfino cittadini stranieri. Le prigioni sono piene in Brasile. Sai quando ci entri e non sai quando ne esci. Se ne esci vivo, ottanta casi su cento ne esci mutilato: con la spina dorsale rotta, le gambe paralizzate, i testicoli schiacciati, gli occhi e gli orecchi non funzionano più. La letteratura su tale infamia è interminabile. La trovi sui fogli ciclostilati delle organizzazioni di Resistenza, sui giornali americani ed europei, nei dispacci delle ambasciate. Anche se il mondo, spesso, dimentica perché il Brasile è lontano, perché il Brasile è una vacanza piena di mare, musica, samba, caffè, perché non conviene disturbare i rapporti commerciali fra paesi democratici e dittature, la tragedia non è certo un mistero. Però guai a parlarne, in Brasile, guai a farne allusioni o denunce. E i più stanno zitti.

Helder Camara è il solo che osi alzare la voce, insieme a un gruppetto di prelati che non hanno dimenticato il vangelo. Ma paga per questo: Dio, se paga! Quando a Parigi descrisse le torture inflitte ai detenuti politici nelle carceri di San Paolo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Porto Alegre, Recife, lo chiamarono “traditore”, “diffamatore”, “demagogo”. Quando diffuse le sue accuse dalla sua piccola casa in rua das Fronteiras, gli spararono quelle raffiche di mitra e gli scrissero sul muro morte obispo rosso. E così quelle infami autorità brasiliane lo considerano un pericolo pubblico, ne sorvegliano attentamente ogni gesto, ogni incontro. Il popolo invece lo adora. Si rivolge a lui come a un babbo che non respinge mai e riceve a qualsiasi ora del giorno, della notte. Se egli non è a casa vuol dire che è andato a trovare un oppresso in qualche prigione, in qualche tugurio, in qualche villaggio dove la gente si spegne di fame e di sete prima di raggiungere l’età di quarant’anni e dove la morte è una liberazione misericordiosa. Se poi non è a Recife, vuol dire che è in giro pel mondo a gridare il suo messaggio e la sua indignazione, ora a Berlino ora a Kyoto ora a Detroit ora in Vaticano: le scarne braccia levate verso il cielo e le dita tese come artigli in cerca di Dio. È un uomo che, pur senza violenza, ha scelto il combattimento, costi ciò che costi. E le fortezze che attacca sono le fortezze della vergogna, del privilegio, della dittatura.

Non risparmia nessuno: né cattolici né marxisti, né imperi capitalisti né imperi comunisti, ma meno di chiunque risparmia i fascisti che frusta a sangue con l’ira di un Cristo deciso a cacciare i farisei dal tempio. Don Helder Camara ha una bella storia. Nacque a Fortaleza, nel nord-est del Brasile, nel 1909. Suo padre era un commerciante che si dilettava in critica teatrale e giornalismo, sua madre era istitutrice in una scuola elementare. Origine piccolo-borghese, insomma. Però non conobbe mai la ricchezza : cinque dei suoi fratelli morirono bambini, nel giro di pochi mesi, per dissenteria e mancanza di cure. Al seminario andò molto presto: ragazzo. La vocazione gli era esplosa a otto anni, dice: misteriosa e caparbia. Da allora non aveva mai concepito altro impegno, per sé, fuorché quello del prete. Divenne prete verso i ventidue anni, quando divenne fascista. Sì, fu per qualche tempo fascista. “In ciascuno di noi dorme un fascista e talvolta esso non si sveglia mai, in me invece si svegliò”.

Lo narra senza vergogna, autoflagellandosi in questa ammissione, e l’unico momento in cui si giustifica è quando spiega che fu il suo vescovo a chiedergli di diventare fascista. Uno di quei vescovi che si ammantano di stoffe morbide, si coprono di gioielli, si fanno servire da camerieri ossequiosi e vivono in palazzi cui si accede da strade eleganti. Uno di quelli il cui motto è Dio-Patria-Famiglia. Eh sì, li conobbe bene, don Helder, i fascisti. Li conobbe assai prima di approdare a quella piccola chiesa di Recife, a quella piccola casa con le galline che starnazzano intorno, e alla branda dove riposa solo quattr’ore su ventiquattro perché la notte lo svegliano continuamente telefonandogli insulti, cercando di spaventarlo: “Ora arriviamo e ti facciamo fuori, sporco comunista”, “Raccomanda l’anima a Dio perché non vedrai il giorno, brutto figlio di cane”. Ma lui dice che non gliene importa, dormire quattro ore per notte gli basta. Lo intervistai lì, nel corso di tre giorni. Ci parlai in francese, lingua che conosce benissimo, e più che un prete a me parve un leader.

Del leader aveva la voce appassionata, gli occhi scintillanti, la sicurezza di chi sa d’esser creduto. Ogni tanto si alzava, e andava a farmi un caffè. Poi tornava col caffè, i biscottini, e ne approfittava per sbirciare la strada: controllare che non vi fosse nessuno a imbrattargli di nuovo il muro o gettargli una bomba. Io lo seguivo con lo sguardo e pensavo a Camilo Tores, il giovane prete che aveva gettato la tonaca per imbracciare il fucile ed era morto al primo combattimento, con una pallottola in mezzo alla fronte. Pensavo a Padre Tito de Alencar, il giovane dominicano che la DOPS aveva torturato a San Paulo in sevizie da Inquisizione. Apri-la-bocca-che-ti-diamo-l’ostia-consacrata-prima-di-ammazzarti. Poi invece dell’ostia consacrata gli davano una scarica da 220 volt sulla lingua. Pensavo a tutti i religiosi che in America Latina riempivan le carceri e morivano tra le sofferenze, mentre i vescovi ammantati di stoffe morbide e coperti di gioielli e serviti da camerieri ossequiosi collaboravano coi generali al potere, proteggevano i fucilatori. In Brasile,in Cile, in Uruguay, in Paraguay, in Venezuela, nel Guatemala. E concludevo: “Non te lo daranno il Nobel per la pace, don Helder. Non te lo daranno mai. Sei troppo scomodo per tutti”

Infatti non glielo dettero. Quell’anno lo dettero a Willy Brandt e nel 1973, quando fu posta di nuovo la sua candidatura, lo dettero a Henry Kissinger e a Le Duc Tho. E Le Duc Tho lo rifiutò, meno male. Kissinger invece se lo tenne.

ORIANA FALLACI. Corre voce, don Helder, che Paolo Sesto la chiami “il mio arcivescovo rosso”. E in realtà lei non dev’essere un uomo comodo per il Vaticano. Deve fare paura a parecchia gente là dentro. Vogliamo parlarne un poco?

HELDER CAMARA. Guardi, il Papa sa benissimo ciò che fo e ciò che dico. Quando denuncio le torture in Brasile, il Papa lo sa. Quando mi batto per i poveri e pei detenuti politici, il Papa lo sa. Quando viaggio all’estero per sollecitare giustizia, il Papa lo sa. Le mie opinioni egli le conosce da tempo perché ci conosciamo da tempo. Per l’esattezza, dal 1950, quando era segretario di stato. Non gli nascondo nulla, non gli ho mai nascosto nulla. E, se il Papa ritenesse che fo male a fare quello che fo, se mi dicesse di smetterla, smetterei. Perché sono un servo della chiesa e conosco il valore del sacrificio. Però il Papa non me lo dice e se mi chiama “il suo arcivescovo rosso” lo fa scherzosamente, affettuosamente, non certo come lo fanno qui in Brasile dove chiunque non sia reazionario viene definito comunista o al servizio dei comunisti. L’accusa non mi tocca. Se fossi un agitatore, un comunista, non potrei entrare negli Stati Uniti e riceverci le lauree honoris causa dalle università americane. Dopo tale premessa, tuttavia, devo chiarire che con le mie idee e i miei discorsi io non impegno l’autorità del Papa: ciò che dico o fo è mia esclusiva responsabilità personale. Il che non mi trasforma in eroe: non sono mica il solo a parlare. Le torture in Brasile, ad esempio, sono state denunciate anzitutto e soprattutto dalla commissione pontificia la quale impegna l’autorità del Papa. Il Papa stesso le ha condannate, e la sua condanna conta più di quella d’un povero prete che non fa paura a nessuno in Vaticano.

OF. Un povero prete che è un principe della Chiesa, che è uno degli uomini più rispettati e ammirati del mondo. Un povero prete cui pensano di dare il Premio Nobel per la pace. Un povero prete che quando parla delle torture riesce a riempire l’intero Palazzo dello Sport a Parigi e a svegliare la coscienza di milioni di persone in ogni paese. Vogliamo parlare di questo, Don Helder?

HC. Be’, andò così. Ero a Parigi e mi si chiese di raccontare la verità. Risposi: certo, il dovere di un religioso è anche informare, specie a proposito di un paese come il Brasile dove la stampa è controllata o asservita al governo. Incominciai ricordando che avrei parlato di un crimine assai familiare ai francesi che se n’erano resi colpevoli durante la guerra d’Algeria: la tortura. Aggiunsi che tali infamie avvenivano anche per la debolezza di noi cristiani, troppo abituati a inchinarci dinanzi al potere e alle istituzioni oppure a tacere. Spiegai che non avrei raccontato nulla di nuovo perché non era più un segreto che ai detenuti politici si infliggessero sofferenze disumane, da Medio Evo: documenti irrefutabili erano già stati pubblicati ovunque. Poi descrissi metodi di tortura: dalle scariche elettriche al pau de arara. E narrai episodi che io stesso avevo controllato. Ad esempio, il caso di uno studente al quale erano state fatte cose tanto orribili che s’era buttato dalla finestra della sede della Polizia. Luis De Ledeiros è il suo nome. E la storia, nelle sue linee essenziali, è questa qui. Non appena informato che Luis De Ledeiros era in ospedale, mi precipitai da lui insieme a uno dei miei consiglieri. E riuscii a vederlo. A parte il tentativo di suicidio, era in condizioni spaventose: tra l’altro gli avevano strappato quattro unghie e schiacciato i testicoli. Il medico che lo curava confermò e mi disse: vada dal governatore, che è medico, gli dica di venire qui a esaminare i corpi dei torturati. Era ciò che cercavo: avere in mano, finalmente, una testimonianza diretta. Subito mi recai al palazzo del governatore, col mio vescovo ausiliario, e feci denuncia. Quindi inviai la denuncia a tutte le parrocchie, tutti i vescovi, e alla conferenza dei vescovi.

OF: Qualche vescovo non ci crede, Don Helder, e si schiera con coloro che negano le torture. Come giudica costui?

HC: Come vuole che lo giudichi! Augurandomi che Dio lo illumini, che lo renda più degno delle sue responsabilità. Io sono sempre stato per il pluralismo della Chiesa ma dinanzi a coloro che rappresentano la parte putrida della Chiesa mi viene voglia di dire ciò che diceva a certi tipi Papa Giovanni: “ Caro Padre, lo sa che lei è proprio marcio? Il soffio di Dio non è arrivato fino a lei, lo sa?”. Perbacco, dubitare delle torture all’inizio era lecito o quasi. Non c’erano prove. Ma dubitarne oggi è grottesco: esse sono illustrate perfino nel rapporto dell’Associazione mondiale dei giuristi: con nomi, cognomi, date. E poi quanti preti abbiamo in prigione? Non sono la maggioranza giacché è più comodo arrestare un laico che un prete, torturare un laico che un prete, ma sono parecchi e sono testimoni preziosi se riesci ad avvicinarli.
Dico “se” perché oggi, in Brasile, quando si finisce in prigione, diventa impossibile farlo sapere ed entrare in contatto con un familiare o un avvocato. Ma la cosa peggiore non è nemmeno questa: è il silenzio della stampa e dei cittadini. Né l’una né gli altri osano parlarne e così sembra che il popolo sia d’accordo col regime, che le vittime raccontino falsità o esagerazioni. Io spero solo che lo scandalo esploso sulla stampa estera e l’intervento della chiesa mondiale servano a migliorare le cose.

OF: Don Helder, cosa le è successo dopo le dichiarazioni che fece a Parigi?

HC: Denunciare le torture in Brasile è considerato dal governo un crimine contro la patria. E anche su questo punto v’è una certa divergenza di vedute tra me e il governo. Infatti io considero un crimine contro la patria non denunciarle. Così lasciai Parigi pensando: guardiamo cosa succede, Don Helder, quando rientri in Brasile. Non successe nulla. Passai tranquillamente attraverso la polizia, la dogana, e andai a casa. Ci furono attacchi sulla stampa, è vero. Attacchi curiosi, buffi. Ma di quelli non me ne curo perché di rado leggo i giornali, onde evitare amarezze. Del resto intimidirmi è inutile, nel mio cuore non ci sono dubbi, e ciò che è nel mio cuore va direttamente alle labbra: ai miei fedeli, nelle mie visite pastorali, nei miei sermoni, io dico le stesse cose che dico a lei: né possono zittirmi giacché nell’esercizio del mio ufficio non riconosco altra autorità che quella del Papa. Naturalmente mi è proibito parlare alla radio, alla televisione, e poiché non sono ingenuo capisco che prima o poi potrebbero privarmi dei miei diritti civili. Per quello che valgono giacché in Brasile non si esercita mica il voto, non ci sono mica le elezioni. Ma in linea di massima godo di una certa libertà,  mi tormentano solo con le minacce.

OF: Quali minacce?

HC: Minacce di morte, no? Raffiche di mitra, bombe, telefonate, e calunnie indirizzate al Vaticano. Deve sapere che qui in Brasile c’è un movimento di estrema destra chiamato “Famiglia e sicurezza”. Con quello cominciarono a tormentarmi tanto tempo fa. Avvicinavano la gente che si recava in chiesa e chiedevano: “Sei contro il comunismo o a favore?”. La gente diceva contro, naturalmente, così loro raccoglievano firme e poi le spedivano al Papa per chiedergli di “cacciare quel comunista di Don Helder”. Il Papa non ci ha mai dato peso, io neanche. Però dopo è sorto un movimento clandestino, una specie di Ku Klux Klan brasiliano, detto “Comando di caccia ai comunisti” o CCC. Questo CCC si occupa in particolar modo delle case dove hanno rovinato il muretto a colpi di mitra e dove hanno imbrattato quel muro della chiesa, una volta al palazzo arcivescovile, una volta all’istituto cattolico, una volta in un’altra chiesa dove sono solito andare. Sempre lasciando la firma CCC. Però non mi hanno mai ferito. Uno studente che conosco invece lo hanno mitragliato nella schiena e ora è paralizzato per sempre. Un mio collaboratore di ventisette anni, Henrique Pereira Neto, professore di sociologia all’università di Recife, che predicava il Vangelo nelle favelas, lo abbiamo trovato impiccato a un albero e col corpo crivellato di pallottole. Cose che a Recife non stupiscono più.

OF: Non stupiscono più?

HC: No, come le minacce al telefono. Io ci ho fatto l’abitudine ormai. Mi chiamano di notte, a intervalli di un’ora o mezz’ora, e mi dicono: “Sei un agitatore, un comunista, preparati a morire, ora arriviamo e ti facciamo vedere l’inferno”.  Che scemi. Non gli rispondo nemmeno. Sorrido e poso il ricevitore. Ma perché lo alza, chiederà lei. Perché rispondere al telefono è mio dovere. Potrebb’essere qualcuno che sta male, che ha bisogno, che chiede aiuto. Sono un prete sì o no? Durante il campionato mondiale di calcio s’erano un po’ acquietati. In quei giorni non pensavano che al pallone. Ma poi hanno ripreso e anche stanotte non mi hanno lasciato dormire né pregare. Ogni mezz’ora, drin-drin. “Pronto, veniamo ad ammazzarti”. Scemi! Non hanno ancora capito che uccidere me non serve, di preti come me ce ne sono tanti.

OF: Purtroppo no, Don Helder, ce ne sono pochissimi invece. Ma torniamo a quel soprannome di “arcivescovo rosso”: quali sono, oggi, le sue scelte politiche? È socialista come si dice, o no?

HC: Certo che lo sono! Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza perché fosse suo cocreatore e no perché fosse uno schiavo: come si può accettare che la maggioranza degli uomini siano sfruttati e vivano da schiavi? Io non vedo soluzione alcuna nel capitalismo. Però non la vedo neanche negli esempi socialisti che oggi ci vengono offerti perché essi si basano sulle dittature, e non si arriva al socialismo con la dittatura: la dittatura ce l’abbiamo già, ecco il mio chiodo fisso. Sì, l’esperienza marxista è stupefacente: ammetto che l’Unione Sovietica ha ottenuto grande successo cambiando le proprie strutture, ammetto che la Cina rossa ha bruciato le tappe in modo ancora più straordinario. Ma quando leggo ciò che accade nell’unione sovietica, nella Cina rossa, le epurazioni, le delazioni, gli arresti, la paura, vi trovo un parallelo così forte con le dittature di destra e il fascismo! Quando osservo la freddezza con cui l’Unione sovietica si comporta verso i paesi sottosviluppati, l’America Latina ad esempio, scopro che essa è così identica alla freddezza degli Stati Uniti! Qualche esempio del socialismo posso tentare di vederlo, forse, in alcuni paesi fuori dell’orbita russa o cinese: la Tanzania, forse, la Cecoslovacchia prima che la schiacciassero. Ma neanche. Il mio socialismo è un socialismo speciale, un socialismo che rispetta la persona umana e si rifà agli Evangeli. Il mio socialismo è giustizia.

OF: Don Helder, non c’è parola sfruttata come la parola giustizia. Non c’è utopia come la parola giustizia. Cosa intende lei per giustizia?

HC: Giustizia non significa imporre a tutti una identica quantità di beni in un identico modo. Ciò sarebbe atroce. Sarebbe come se tutti avessero lo stesso volto e lo stesso corpo e la stessa voce e lo stesso cervello. Io credo al diritto d’avere visi differenti e corpi differenti e voci differenti e cervelli differenti: Dio può permettersi il rischio d’essere giudicato ingiusto. Ma Dio non è ingiusto e vuole che non vi siano privilegiati e oppressi, vuole che ciascuno riceva l’essenziale per vivere: restando diverso. Allora cosa intendo io per giustizia? Intendo  una migliore distribuzione dei beni, sia su scala nazionale che internazionale. C’è un colonialismo interno e un colonialismo esterno. Per dimostrare quest’ultimo basta ricordarsi che l’ottanta per cento delle risorse di questo pianeta sono nelle mani del venti per cento dei paesi, cioè nelle mani delle superpotenze o delle nazioni al servizio delle superpotenze. Tanto per dare due piccoli esempi basti dire che negli ultimi quindici anni gli Stati Uniti hanno guadagnato sull’America Latina ben undici miliardi di dollari, è una cifra fornita dall’ufficio statistiche dell’università di Detroit; basti dire che per un trattore canadese la Giamaica deve pagare l’equivalente di 3200 tonnellate di zucchero… Per dimostrare il colonialismo interno, invece, basta occuparsi del Brasile. Al nord del Brasile vi sono zone che definire sottosviluppate sarebbe generoso. Altre zone che ricordano la preistoria: in esse gli uomini vivono come al tempo delle caverne e sono felici di mangiare ciò che trovano nella spazzatura. E a questa gente io che gli racconto? Che devono soffrire per andare in Paradiso? L’eternità incomincia qui sulla terra, non in Paradiso.

OF: Don Helder, lei ha letto Marx?

HC: Sicuro. E non sono d’accordo con le sue conclusioni ma sono d’accordo con la sua analisi della società capitalista. Il che no autorizza nessuno a darmi l’etichetta di marxista onorario. Il fatto è che Marx va interpretato alla luce di una realtà che è cambiata, che cambia. Io lo dico sempre ai giovani: è un errore prendere alla lettera Marx, Marx va utilizzato tenendo presente che la sua analisi è di un secolo fa. Oggi, ad esempio, Marx non direbbe che la religione è una forza alienata e alienante: la religione s’è meritata quel giudizio ma tale giudizio non è più valido, guardi che succede coi preti dell’America Latina. Ovunque. Molti comunisti del resto lo sanno. Lo sanno i tipi come il francese Garaudy, e non importa se i tipi come Garaudy vengono respinti dal partito comunista: essi esistono e pensano, essi incarnano quel che Marx direbbe ai giorni nostri. Cosa vuole che le dica? Gli uomini di sinistra sono spesso i più intelligenti e i più generosi, però vivono in un equivoco fatto di ingenuità o di cecità. Non vogliono mettersi in testa che oggi vi sono cinque giganti nel mondo: i due giganti capitalisti, i due giganti comunisti, e un quinto gigante che è un gigante dai piedi d’argilla cioè il mondo sottosviluppato. Il primo gigante capitalista, non c’è bisogno di sottolinearlo, si chiama Stati Uniti. Il secondo si chiama Mercato Comune Europeo,e si comporta anch’esso con tutte le regole dell’imperialismo. Il primo gigante comunista si chiama Unione Sovietica, il secondo si chiama Cina rossa: e solo gli imbecilli si illudono che i due imperi capitalisti siano divisi dai due imperi comunisti con le ideologie. Si spartirono il mondo a Yalta e continuano a spartirselo sognando una seconda conferenza di Yalta. Dunque per il quinto gigante dai piedi d’argilla, per noi, la speranza dov’è? Io non la vedo né presso i capitalisti americani ed europei né presso i comunisti russi e cinesi.

OF: Don Helder, ho da porle una domanda imbarazzante e doverosa. Ci fu un periodo, nella sua vita, durante il quale lei abbracciò il fascismo. Come fu possibile? E come giunse, dopo, a scelte così diverse? Perdoni il brutto ricordo.

HC: Lei ha ogni diritto di rinfacciarmi quel brutto ricordo e io le rispondo senza vergogna. In ciascuno di noi dorme un fascista e talvolta esso non si sveglia mai, talvolta invece si sveglia. In me si svegliò quando ero giovane. Avevo ventidue anni, sognavo anche allora di cambiare il mondo, e vedevo il mondo diviso tra destra e sinistra, cioè fascismo e comunismo. Quale oppositore al comunismo, scelsi il fascismo. Si chiamava Azione Integralista, in Brasile. Gli integralisti portavano le camicie verdi anziché le camice nere come gli italiani sotto Mussolini. E il loro motto era Dio-Patria-Famiglia: un motto che a me andava benissimo. Come giudico ciò? Col mio semplicismo giovanile, con la mia buona fede, con la mia mancanza di informazioni: non c’erano molti libri da leggere, né molti uomini sani da ascoltare. E anche col fatto che il mio superiore, il vescovo di Ceara, fosse favorevole e m’avesse chiesto di lavorare con gli integralisti. Ci lavorai fino a ventisett’anni, sa? Cominciai a sospettare che quella non fosse la strada giusta solo quando giunsi a Rio de Janeiro dove il cardinal Leme, che non la pensava come il cardinale di Ceara, mi ordinò di abbandonare il movimento. Le racconto ciò senza imbarazzo perché ogni esperienza, ogni errore, arricchisce e insegna: se non a altro a capire gli altri. Ai fascisti di oggi io so quel che dico quando dico: non c’è solo il fascismo, non c’è solo il comunismo, la realtà è assai più complicata. Ma lei vuole sapere come giunsi alle scelte di oggi. La risposta è semplice: quando un uomo lavora a contatto della sofferenza, finisce sempre col restare incinto della sofferenza. Molti reazionari sono tali perché non conoscono la miseria, l’umiliazione. Quando restai incinto? Chissà. Posso dire soltanto che la mia gravidanza esisteva già nel 1952 quando fui nominato vescovo. Nel 1955, l’anno del Congresso eucaristico internazionale, era già una gravidanza avanzata. Partorii le mie nuove idee un giorno del 1960, nella chiesa della Candelaria, per la festa di San Vincenzo de’ Paoli. Salii sul pulpito e cominciai a parlare della carità intesa come giustizia e non come beneficenza.

OF: Don Helder, a quella giustizia alcuni intendono giungere con la violenza. Cosa pensa della violenza quale strumento di lotta?

HC: La rispetto. Ma qui c’è un ragionamento da fare. Quando si parla di violenza non si deve dimenticare che la violenza numero uno, la violenza madre di tutte le violenze, nasce dalle ingiustizie. Si chiama ingiustizia. Così i giovani, che tentano di interpretare gli oppressi, reagiscono alla violenza numero uno con la violenza numero due, cioè la violenza corrente, e questa provoca la violenza numero tre, cioè la violenza fascista. È una spirale. Io, come religioso, non posso e non devo accettare nessuna di queste tre violenze, però la violenza numero due posso comprenderla: appunto perché so che ad essa si giunge attraverso le provocazioni. Io detesto chi resta passivo, chi tace, e amo solo chi si batte, chi osa. I giovani che in Brasile reagiscono alla violenza con la violenza sono idealisti che ammiro. Purtroppo la loro violenza non conduce a nulla e così devo aggiungere: se vi mettete a giocare con le armi, gli oppressori vi schiacceranno. Pensare di affrontarli sul loro piano è pura follia.

OF: In altre parole, Don Helder, lei mi sta dicendo che in America Latina la rivolta armata è impossibile.

HC: Legittima e impossibile. Legittima perché provocata, impossibile perché sarà schiacciata. L’idea che la guerriglia fosse l’unica soluzione per l’America Latina si sviluppò dopo la vittoria di Fidel Castro. Ma Fidel Castro, all’inizio, non aveva contro gli Stati Uniti! Gli Stati Uniti furono presi di sorpresa con Cuba e, dopo Cuba, si prepararono all’antiguerriglia in tutti i paesi dell’America Latina: per impedire altre Cuba. Sicché oggi, nell’America Latina, tutti i militari al potere sono aiutati dal Pentagono per schiacciare chiunque tenti la rivoluzione. Non solo esistono scuole superiori di guerra dove i soldati vengono allenati nelle condizioni più dure, nella giungla, tra le vipere, ma dove si insegna anche la propaganda politica. Cioè, mentre il loro corpo impara a uccidere, il loro cervello si convince che il mondo sia diviso in due: da una parte il capitalismo con i suoi valori, dall’altra il comunismo coi suoi antivalori. Queste forze speciali insomma sono così preparate che chiunque si prova ad affrontarle finisce inevitabilmente col perdere.

OF: Come Che Guevara? Don Helder, qual è il suo giudizio su Che Guevara?

HC: Guevara fu, a Cuba, il genio della guerriglia. Lo dimostrò a Cuba perché fu lui e non Fidel Castro a riportare la straordinaria vittoria.  Dico straordinaria perché io non ho mica dimenticato, sa, quel che era Cuba ai tempi di Batista! Gli altri sì, io no. Però da un punto di vista politico era assai meno geniale, e la sua morte dimostra che il mio ragionamento è giusto. Poi scelse la Bolivia, cioè un paese con pochissimi privilegiati e una massa che vive al di sotto del livello umano: senza speranza né coscienza per rivoltarsi. E fu un errore perché non poteva essere aiutato da coloro per cui lottava: chi non ha una ragione per vivere, non ha nemmeno una ragione per morire. Rimase solo, e gli esperti dell’antiguerriglia se lo divorarono. No, Cuba non può ripetersi e io non credo che l’America Latina abbia “bisogno di molti Vietnam”, come diceva Che Guevara. Quando penso al Vietnam penso a un popolo eroico che si batte contro una superpotenza, giacché non credo affatto che gli Stati Uniti siano lì per difendere il mondo libero. Ma non credo nemmeno che alla Cina rossa importi un accidente del Vietnam e chiedo: “Vi illudete davvero che quando la guerra sarà finita, il popolo vietnamita risulterà vincitore?”
OF: E Camilo Tores?

HC: Lo stesso. Camilo era un prete sincero, ma a un certo punto, pur restando un prete e un cristiano, perse ogni illusione sul sogno che la chiesa sapesse e volesse realizzare i suoi bellissimi testi. E pensò che il partito comunista fosse il solo in grado di fare qualcosa. Così i comunisti lo presero e lo spedirono subito in combattimento, laddove il pericolo era più grave. Avevano un piano in mente: Camilo sarà ucciso, e la Colombia andrà a fuoco. Camilo fu ucciso, ma la Colombia non andò a fuoco. Né i giovani né i lavoratori si mossero. E si torna al mio discorso di prima.

OF: Don Helder, applicherebbe quel discorso anche ai giovani che in Brasile esercitano la guerriglia urbana?

HC: Ovvio. Oh! Io rispetto enormemente i giovani brasiliani di cui parla. Li amo perché sono audaci, maturi, perché non agiscono mai per odio, e pensano solo a liberare il paese. A costo della loro vita. Non hanno il tempo di preparare le masse, sono impazienti, e pagano con la vita. Quei giovani non vorrei scoraggiarli, ma devo. Vale la pena di sacrificare la loro vita per nulla? O quasi nulla? Consideri anzitutto le rapine che fanno alle banche per procurarsi i soldi necessari a comprare le armi. Le armi costano un prezzo disgustoso, introdurle in città è un’impresa pazzesca: quel rischio, quel sacrificio, non è quindi sproporzionato? Ora consideri i rapimenti dei diplomatici, fatti allo scopo di liberare i loro compagni in prigione. Tutte le volte che un ambasciatore viene rilasciato dai guerriglieri in cambio dei loro compagni in prigione, la polizia fa una retata e le celle vuotate si riempiono di nuovo. Così le stanze della tortura. Da una parte escono, insomma, e dall’altra rientrano: che senso ha? Il senso di darsi il cambio, di aggiungere mutilati a mutilati, morti ai morti? Il senso di accrescere la spirale della violenza, di facilitare la dittatura fascista? La mia opposizione, come vede, non è basata su motivi religiosi, ma su motivi tattici. Non viene da alcun idealismo, viene da un realismo squisitamente politico. Un realismo che si applica ad ogni altro paese: Stati Uniti, Italia, Francia, Spagna, Russia. Se in ciascuno di questi paesi i giovani si rovesciassero per le strade a tentare una rivoluzione, sarebbero annientati in un battibaleno. Negli stati uniti, ad esempio, il pentagono finirebbe del tutto al potere. Non bisogna essere impazienti!

OF: Anche Gesù Cristo era impaziente, Don Helder. E non faceva molti ragionamenti tattici quando sfidava le autorità costituite. Nella storia del mondo hanno vinto sempre coloro che osavano l’inosabile. E i giovani…

HC: Se lei sapesse come io capisco i giovani! Anch’io da giovane ero impaziente: al seminario ero un tale contestatore che non riuscivo a diventare figlio di Maria. Chiacchieravo nelle ore dedicate al silenzio, scrivevo poesie sebbene fosse proibito, polemizzavo coi miei superiori. E le nuove generazioni di oggi, mi riempiono di ammirazione, perché son cento volte più disobbedienti di quanto lo fossi io, cento volte più coraggiose di quanto lo fossi io. Negli Stati Uniti, in Europa, ovunque. Non so nulla dei giovani russi, ma sono certo che anche loro tentano qualcosa. Sì, lo so che pei giovani d’oggi è tutto più facile, perché hanno più informazioni, più comunicazioni, hanno la strada che la mia generazione ha lastricato per loro. Ma la usano così bene quella strada! V’è in loro una tale sete di giustizia, di rivolta, un tale senso di responsabilità. Sono esigenti verso i loro genitori, i loro professori, se stessi. Voltano le spalle alla religione, perché si sono accorti che la religione ha tradito. E sono sinceri quando incontrano la sincerità, la sensibilità. Tempo fa vennero a trovarmi alcuni giovani marxisti, e, con una certa arroganza, dissero di aver deciso di accettarmi. Senti senti, risposi io, supponiamo allora che io non accetti voi. Ne derivò una discussione accesa, anzi dura, ma finì in un abbraccio. I giovani d’oggi non solo li amo, li invidio: giacché hanno la fortuna di vivere la loro giovinezza insieme alla giovinezza del mondo. Ma lei non può impedirmi d’essere vecchio, e quindi d’essere saggio, non impaziente.

OF: D’accordo. Allora, Don Helder, le chiedo: quali sono le soluzioni che la sua saggezza ha trovato per cancellare l’ingiustizia?

HC: Chiunque abbia la soluzione in tasca è uno scemo presuntuoso. Io non ho soluzioni. Ho solo opinioni, suggerimenti, che si riassumono in due parole: violenza pacifica. Cioè non la violenza scelta dai giovani con le armi in mano, ma la violenza, se vuole, già predicata da Ghandi e da Martin Luter King. La violenza di Cristo. La chiamo violenza perché non si contenta di piccole riforme, revisionismi, ma esige una rivoluzione completa delle strutture attuali: una società rifatta da capo. Su basi socialiste e senza spreco di sangue. Non basta lottare pei poveri, morire pei poveri: bisogna dare ai poveri la conoscenza dei loro diritti, e della loro miseria. Bisogna che le masse avvertano l’urgenza di liberarsi e non  d’essere liberate da pochi idealisti che affrontano la tortura come i cristiani affrontavano i leoni nel Colosseo. Farsi mangiare dai leoni serve a ben poco se le masse restano sedute a guardare lo spettacolo. Ma come facciamo a rizzarli in piedi, replicherà lei, questo è un gioco di specchi! Be’, io sarò un utopista, un ingenuo, ma dico: è possibile “coscientizzare” le masse e, forse, è possibile aprire un dialogo con gli oppressori. Non esiste uomo che sia completamente cattivo, perfino nella più infame delle creature si trovano elementi validi: e se riuscissimo in qualche modo a fare un discorso coi militari più intelligenti? Se riuscissimo addirittura a indurli a una revisione della loro filosofia politica? Essendo stato un integralista, un fascista, io conosco il meccanismo del loro ragionamento: potrebbe anche darsi che riuscissimo a convincerli che quel meccanismo è sbagliato, che torturando e uccidendo non si ammazzano le idee, che l’ordine non si mantiene con il terrore, che il progresso si raggiunge soltanto con la dignità, che i paesi sottosviluppati non si difendono mettendoli al servizio degli imperi capitalisti, che gli imperi capitalisti vanno a braccetto con gli imperi comunisti. Si deve tentare.

OF: Lei ci ha tentato, Don Helder?

HC: Ci tenterò. Ci tento già ora dicendolo a lei, in questa intervista. Dovranno pur capirlo che il mondo va avanti, che il soffio della rivolta non investe solo il Brasile o l’America Latina, ma l’intero pianeta. Perbacco, ha investito persino la chiesa cattolica! Sul problema della giustizia la chiesa è già arrivata a certe conclusioni, e tale conclusioni sono su carta.
Perché è vero che molti preti discutono sul celibato, ma ancora di più discutono sulla fame e sulla libertà. E poi, sa, bisogna anche considerare le conseguenze del discutere sul celibato: v’è un rapporto tra le varie rivolte, non si può esigere il cambiamento delle strutture esterne se non si ha il coraggio di cambiare le strutture interne. I grandi problemi umani non sono monopolio dei preti che vivono nell’America Latina, di Don Helder. Li affrontano i preti in Europa, negli Stati Uniti, nel Canada, ovunque.

OF: Sono gruppi isolati, Don Helder. In cima alla piramide stanno ancora quelli che difendono le vecchie strutture, e le autorità stabilite.

HC: Non posso darle torto. V’è una differenza enorme tra le conclusioni firmate e le realtà vive. La chiesa è sempre stata troppo preoccupata del problema di mantenere l’ordine, evitare il caos, e ciò le ha impedito di accorgersi che il suo ordine era piuttosto disordine. Io mi chiedo spesso, senza scusare la chiesa, come sia possibile che persone serie e virtuose abbiano accettato e accettino tante ingiustizie. Per tre secoli, in Brasile, la chiesa ha trovato normale che i negri fossero tenuti in schiavitù! La verità è che la chiesa cattolica appartiene all’ingranaggio del potere. La chiesa ha denaro, così impiega il suo denaro, sprofonda fino al collo nelle imprese commerciali e si collega a coloro che detengono la ricchezza. Crede in tal modo di proteggere il suo prestigio ma, se vogliamo sostenere il ruolo che ci siamo arrogati non dobbiamo più pensare in termini di prestigio. Non dobbiamo neanche lavarci le mani, come Ponzio Pilato, dobbiamo mondarci del peccato di omissione e saldare il debito. E riconquistare il rispetto dei giovani, se non magari la loro simpatia e, magari, il loro amore. Via quei soldi, e basta col predicare la religione nei termini di pazienza, ubbidienza, prudenza, sofferenza, beneficenza. Basta con la beneficenza, i panini e i biscottini. La dignità degli uomini non si difende a regalargli panini e biscottini, ma insegnandogli a dire: mi spetta il prosciutto! Siamo noi preti i responsabili del fatalismo con cui i poveri si sono sempre rassegnati a esser poveri, i popoli sottosviluppati ad essere sottosviluppati. E continuando così diamo ragione ai marxisti secondo i quali le religioni sono una forza alienata e alienante, cioè l’oppio dei popoli!

OF: Accidenti, Don Helder, ma Paolo VI lo sa che lei dice anche queste cose?

HC: Lo sa, lo sa. E non disapprova. È che lui non può mica parlare come fo io, ha una certa gente intorno, pover’uomo.

OF: Senta, Don Helder, ma oggi come oggi lei crede davvero che la Chiesa possa avere un ruolo  nella ricerca e nell’applicazione della giustizia?

HC: Oh, no. Togliamoci dalla testa che dopo avere combinato tanti guai la Chiesa si possa permettere un simile ruolo. Abbiamo il dovere di rendere quel servizio, sì, ma senza boria. Senza dimenticarci che le colpe più gravi appartengono a noi cristiani. Io l’anno scorso ho partecipato per una settimana, a Berlino, a una tavola rotonda di cristiani buddisti induisti marxisti. Qui abbiamo discusso dei grandi problemi del mondo, esaminato ciò che avremmo fatto, e abbiamo concluso che le religioni sono in gran debito verso l’umanità ma il debito più grosso ce l’hanno i cristiani, anzi i cattolici. Come si spiega che quel pugno di paesi i quali hanno in mano l’ottanta per cento delle risorse terrestri siano paesi cristiani e spesso cattolici? Dunque concludo: se una speranza esiste, questa è lo sforzo di tutte le religioni messe insieme. Non nella Chiesa cattolica e basta, o nelle religioni cristiane e basta. Non esiste una sola religione, ormai, che abbia molte possibilità. La pace può essere raggiunta solo grazie a coloro che Papa Giovanni chiamava gli uomini di buona volontà.

OF: Quelli sono una minoranza priva di potere, don Helder.

HC: Sono le minoranze che contano. Sono le minoranze che hanno sempre cambiato il mondo ribellandosi, battendosi, e poi svegliando le masse. Qualche prete qua, qualche guerrigliero là, qualche vescovo qui, qualche giornalista lì. Non sto cercando di lusingarla, ma devo dirle che sono uno dei pochi che amano i giornalisti. Chi, se non i giornalisti, denuncia le ingiustizie e informa milioni e milioni di persone? Non tolga questa osservazione dall’intervista: nel mondo moderno quello dei giornalisti è un fenomeno importante. Un tempo, in Brasile, venivate solo per parlare delle nostre farfalle, dei nostri pappagalli, del nostro carnevale, insomma del nostro folclore. Ora invece venite qui e ponete il problema della nostra miseria, delle nostre torture. Non tutti, d’accordo: vi sono anche gli spensierati cui non importa se moriamo di fame o di scariche elettriche. Non sempre con successo, d’accordo: la vostra sete di verità si arresta laddove incomincia l’interesse dell’impresa che servite. Ma Dio è buono e a volte permette che i vostri padroni non siano molto intelligenti. Così, con la benedizione di Dio, le notizie passano sempre e una volta stampate rimbalzano con la velocità di un razzo diretto alla Luna, quindi dilagano come un fiume che rompe gli argini. Il pubblico non è sciocco, anche se è silenzioso. Ha occhi e orecchi, anche se non ha bocca. E v’è sempre un giorno in cui ripensa a ciò che ha letto. Io aspetto solo che legga questa estrema verità: non bisogna dire che i ricchi sono ricchi perché hanno lavorato di più o perché sono più intelligenti. Non bisogna dire che i poveri sono poveri perché stupidi e pigri. Quando manca la speranza e si eredita solo la miseria non serve più lavorare o essere intelligenti.

OF: Den helder, se lei non fosse un prete…

HC:  Può risparmiare la domanda: io non riesco neanche a immaginare di essere qualcosa al di fuori di un prete. Pensi: considero un crimine la mancanza di fantasia eppure non ho la fantasia di immaginarmi non-prete. Per me essere prete non è solo una scelta, è un sistema di vita. È ciò che l’acqua è per un pesce, il cielo per un uccello. Io al Cristo ci credo davvero, il Cristo per me non è un’idea astratta: è un amico personale. Essere un prete non mi ha mai deluso, né dato rimpianti. Il celibato, la castità, l’assenza di una famiglia nel modo che la intendete voi laici, tutto questo non è mai stato un peso per me. Se certe gioie mi sono mancate, ne ho avute e ne ho altre tanto più sublimi. Se lei sapesse cosa provo quando dico la messa, come mi ci immedesimo! La messa per me è davvero il calvario e la resurrezione, è una gioia folle! Ecco, c’è chi nasce per cantare, chi nasce per scrivere, chi nasce per giocare a pallone, chi nasce per fare il prete. Io sono nato per fare il prete: cominciai a dirlo all’età di otto anni e non certo perché i miei genitori me lo mettessero in testa.  Mio padre era un massone e mia madre entrava in chiesa una volta l’anno. Ricordo anzi che un giorno mio padre si spaventò e disse: “Figliolo mio, tu dici sempre di voler diventare prete. Ma lo sai cosa vuol dire? Un prete è qualcuno che non si appartiene perché appartiene a Dio e agli uomini, qualcuno che deve distribuire solo amore e fede e carità…” e io gli risposi: “Lo so, per questo voglio diventar prete”.

OF: Non un monaco, però. Il suo telefono suona troppo spesso e quel muretto colpito dalle raffiche di mitra non si adatta ad un convento

HC: Oh, si sbaglia! Io porto un convento dentro di me. Forse c’è un poco di mistico in me e anche nei miei incontri diretti col Cristo sono insolente come Cristo vuole. Però v’è sempre un momento in cui mi isolo alla maniera di un monaco. Ogni notte alle due io mi sveglio, mi alzo, mi vesto, e rimetto insieme i pezzi che ho sparso durante il giorno: un braccio qua, una gamba là, la testa chissà dove. Mi ricucio, solo solo, mi metto a pensare o a scrivere o a pregare, e mi preparo per la messa. Di giorno sono un uomo parco. Mangio poco, detesto gli anelli e le croci preziose, come vede, gioisco di doni a portata di mano: il sole, l’acqua, la gente, la vita. È bella la vita, e spesso mi chiedo perché per sostenere la vita bisogna uccidere altra vita: sia pure un uovo o un pomodoro. Sì, lo so che masticando il pomodoro io lo fo diventare don Helder e così lo idealizzo, lo rendo immortale. Però resta il fatto che distruggo il pomodoro: perché? È un mistero che non riesco a penetrare e che accantono dicendo pazienza, un uomo è più importante di un pomodoro.

OF: E quando non pensa al pomodoro, don Helder, non le capita mai d’essere un po’ meno monaco e un po’ meno prete? Di arrabbiarsi insomma con gli uomini che valgono meno di un pomodoro e sognare di prenderli almeno a pugni?

HC: Se mi capitasse sarei un prete col fucile in spalla. E io rispetto molto i preti col fucile in spalla, non ho mai detto che usare le armi contro l’oppressore sia immorale o anticristiano. Ma non è la mia scelta, non è il mio cammino, non è il mio modo di applicar gli Evangeli. Così, quando mi arrabbio, e lo noto dal fatto che le parole non mi escono più dalla bocca, mi freno e dico: “Calma, Don Helder!”. Sì, comprendo, lei non riesce a mettere insieme ciò che le ho appena detto con ciò che ho detto prima: da una parte il convento, dall’altra la politica. Ma ciò che lei chiama politica per me è religione. Cristo non faceva il gioco degli oppressori, non si piegava a coloro che gli dicevano: se difendi i giovani che rapiscono l’ambasciatore, se difendi i giovani che rapinano le banche per comprare le armi commetti un crimine contro la patria e lo stato. La chiesa vuole che mi occupi della liberazione dell’anima: ma come fo a liberare un’anima se non libero il corpo che contiene quell’anima? Io in cielo ci voglio mandare uomini, non cagnolini. Tanto meno cagnolini con lo stomaco vuoto e i testicoli schiacciati.

OF: Grazie, Don Helder. Mi pare che si sia detto quasi tutto, Don Helder. Ma ora cosa le succederà?

HC: Boh! Io non mi nascondo, io non mi difendo, e a farmi fuori non ci vuol molto coraggio. Però sono convinto che non possono ammazzarmi se Dio non vuole. Se invece dio lo vuole, perché lo ritiene giusto, accetto ciò come una grazia: la mia morte, chissà, potrebbe anche servire. Ho perso quasi tutti i capelli, i pochi che ho sono bianchi e non mi restano molti anni da vivere. Le loro minacce quindi non mi fanno paura. Insomma, è un po’ difficile che, con quelle, riescano a farmi chiudere il becco. Il solo giudice che accetto è Dio.

Recife, Agosto 1970

 

A fine agosto si è spento Monsignor Helder Camara, il Vescovo dei poveri. Ha condotto la sua coraggiosa opera in favore dei poveri fino all’utlimo, sfidando malattie ed età. È stato un testimone ed un profeta anche per Mani Tese: ci ha ispirato con il suo esempio, le sue parole, il suo impegno ed il suo affetto.

 

CHI ERA

Nato a Fortaleza, in Brasile, nel 1909 e ordinato sacerdote nel 1931, divenne Ausiliare del Cardinale di Rio de Janeiro e si acquistò il titolo di “Vescovo delle favelas”, i quartieri poveri che cingono la megalopoli brasiliana in un cerchio di miseria e di fame. Nel 1955 divenne il primo Vice-Presidente del Consiglio Episcopale Latino Americano (CELAM) e per dieci anni si interessò della problematica religiosa e sociale del continente fino al 1964 quando fu eletto Arcivescovo di Recife, la capitale del Nord-Est brasiliano, la regione più povera di tutto il paese dove lui stesso era nato. La sua passione per i poveri trovò nelle condizioni miserabili di centinaia di migliaia di agricoltori e operai lo stimolo immediato per un’azione illuminata e profonda. In un suo messaggio scriveva: “Continuando le attività che la nostra archidiocesi compie, avremo cura dei poveri, rivolgendoci specialmente alla povertà vergognosa, per evitare che la povertà degeneri in miseria. E’ evidente che in modo speciale, stanno presenti al mio pensiero i mocambos (i quartieri poveri di Recife) e i bambini abbandonati. Però non vengo per ingannare nessuno, quasi che bastino un poco di generosità e di assistenza sociale. Non c’è dubbio, ci sono miserie spettacolari davanti alle quali non abbiamo diritto di rimanere indifferenti. Molte volte l’unica cosa da fare è prestare un aiuto immediato. Però non pensiamo che il problema si limiti ad alcune piccole riforme”.

 

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