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Bolivia – URU CHIPAYA IL POPOLO CHE SPOSTAVA LE PIETRE CON LA MENTE

Una nuova meta di turismo responsabile in Bolivia, il racconto di Tommaso Balestrieri

Narra un’antica leggenda della tradizione del popolo Chipaya che anticamente gli abitanti dell’area erano cosi’ evoluti mentalmente da avere la capacita’ di spostare pesanti massi avvalendosi semplicemente della forza del pensiero.

Comunità di Chipaya
Bolivia – la comunità di Chipaya

Al di la’ delle leggende quando si arriva a Chipaya da La Paz, dopo un lungo viaggio costantemente in quota prossima ai 4000 metri, si viene subito colpiti dall’affascinante desolazione di un luogo tra i piu’ aspri della terra. Decidere o essere obbligati dalle vicende storiche a vivere in questi luoghi comporta sicuramente una grande forza di adattamento sia fisico che mentale, e forse grazie a questa caratteristica, il popolo Chipaya si è trovato in passato a fare i conti con poteri oggi considerati soprannaturali.

Tommaso balestrieri a  Chipaya - Bolivia
Tommaso Balestrieri a Chipaya

Con una superfice di 25.478 km quadrati l’area di Chipaya e’ ubicata nell’ovest della Bolivia non lontana dal Cile e fa parte della provincia di Sabaya nel dipartimento di Oruro, citta’ che si attraversa ed in cui generalmente si pranza durante il viaggio per e da Chipaya. L’area e’ una delle tre autonomie indigene della Bolivia ed ha un’importanza culturale, geografica e storica unica. Chipaya e’ a sua volta suddivisa in quattro differenti entita’ amministrative con caratteristiche culturali proprie (Ayllu) e con un rappresentante per ognuno di essi. Il nome dei quattro Ayllu e’ il seguente:

Ayllu Aransaya, Ayllu Ayparavi, Ayllu Manasaya, Ayllu Wistrullani. Flora Mamani e’ il presidente del comitato di promozione turistica e rappresenta gli Ayllu nella loro totalita’ ed abbiamo avuto un incontro ad una riunione in La Paz dove ci ha illustrato oltre che la sua funzione anche i suoi progetti ed aspirazioni.

Facente parte del bacino del rio Lauca l’area e’ interessata da differenti situazioni geologiche che a loro volta condizionano flora e fauna.

Sant’Ana de Chipaya, il villaggio dove e’ presente l’albergo e’ in una zona dove il salnitro non permette nessuna coltivazione ad eccezione della Quinoa coltura essenziale per il sostentamento della popolazione. In altre occasioni si incontra steppa, dove i llama pascolano e si nutrono di arbusti succulenti, ma anche un deserto di sale e dune si sabbia rossa e bianca.

Il clima e’ molto aspro e c’e’ un’elevata escursione termica giornaliera. I Chipaya dividono l’anno in quattro stagioni: stagione secca, stagione delle piogge, stagione del raccolto, stagione del gelo. In realta’ le gelate notturne piu’ o meno intense sono presenti tutto l’anno e con la presenza di acqua il terreno ghiacciando e decongelando caratterizza una sorta di aratura naturale. Per contro a meta’ giornata grazie alla forza del sole la temperatura sale molto ed e’ tra l’altro difficile trovare riparo. Il vento che si alza nel pomeriggio e spira anche per parte della notte e’ un’altra caratteristica che comporta l’innalzamento di nuvole di sabbia e sale e talvolta la formazione di dust devil (diavoli di sabbia).

La cultura Chipaya e’ una cultura millenaria dove di generazione in generazione sono state tramandate tante tradizioni ed una visione cosmologica dove tutto cio’ che appartiene alla natura ha una ragion d’essere, dalla direzione da cui il vento spira allo scorrere stagionale dei torrenti, alla mancanza di pioggia ed al mutare del firmamento notturno durante l’anno. Ecco come i Chipaya descrivono la visione del cielo notturno:

“Il Nostro Paesaggio Notturno Si Caratterizza Per Una Multitudine Di Corpi Celesti Cristallini Che Inondano Ogni Notte Le Profondita’ Oscure Del Cielo.”

La mitologia Chipaya parla di un lontano passato di oscurita’ in cui la vita era molto dura e le persone migravano in continuazione cercando il sostentamento ma anche di periodi in cui erano costrette a nascondersi per sfuggire ai nemici. Oggi oltre all’attivita’ agricola e tessile praticata per il sostentamento, la vita del popolo Chipaya e’ caratterizzata anche dall’emigrazione verso il vicino Cile con la speranza di procurarsi un lavoro che dia un reddito maggiore. Non necessariamente si tratta di impieghi di basso livello perche’ grazie all’esperienza nel campo agricolo in situazione estrema, tipica dell’area di origine, alcuni Chipaya ricoprono oggi posizioni di rilievo in aziende agricole del nord del Cile e sono particolarmente abili nelle coltivazioni idroponiche. Altra mansione in cui sono attivi e’ quella del contrabbando.

Detto questo si potrebbe pensare che il progetto turistico dell’area sia stato subito accolto positivamente perche’ rappresenta la possibilita’ di un reddito diverso e per di piu’ in loco. In realta’ durante le prime fasi si e’ riscontrata una certa diffidenza; i Chipaya vedevano il turista come un intruso e lo sfruttamento della loro cultura e delle loro tradizioni a scopo turistico veniva visto come una vendita di quei principi a cui loro tanto tenevano. Col tempo e l’impegno degli addetti alla cooperazione, per fortuna oggi e’ tutto cambiato, e la popolazione locale e’ molto cordiale ed accogliente nei confronti degli estranei. Ovviamente Chipaya e’ una destinazione ideale per un Turismo Responsabile e ci siamo molto operati per far capire ai locali che abbiamo incontrato quale sia la differenza tra chi visita un luogo, e vuole modificarlo a suo piacimento e chi invece vuole integrarsi con la popolazione locale incontrandola nelle situazioni piu’ disparate.

Il giorno del nostro arrivo abbiamo partecipato ad una riunione coi rappresentanti dei vari Ayllu ed altre personalita’ nel municipio di Sant’Ana de Chipaya dove ci siamo presentati ed abbiamo risposto e formulato domande. Anche a Chipaya come in altre culture andine la coca ha un ruolo centrale, questa pianta e’ apprezzata per le sue proprieta’ ed offerta agli ospiti nei vari incontri e riunioni nonche’ offerta alla madre terra e consumata prima di ogni lavoro; il tutto a scopo propiziatorio.

 Dal secondo giorno e’ iniziata la visita vera e propria. I vari Ayllu forniscono gli addetti per le varie mansioni turistiche e tutti hanno seguito dei corsi a seconda della specializzazione, e si effettua una rotazione per far lavorare e maturare esperienza a tutti gli addetti. In mattinata siamo andati a visitare il piccolo museo all’interno della scuola di Sant’Ana, li abbiamo potuto apprezzare le caratteristiche costruzioni tradizionali coadiuvati da due giovani studenti che ci hanno fatto da guida spiegandoci le varie caratteristiche non solo degli edifici ma anche degli oggetti custoditi all’interno, come vestiario vario ed utensili di uso comune e gli strumenti musicali tradizionali. Siamo passati successivamente all’edificio accanto alla scuola dove e’ allestita una mostra fotografica storica risalente al 1978. Le fotografie furono scattate da uno studioso francese che soggiorno’ a Sant’Ana in quell’anno.  Dopo un breve tragitto in macchina abbiamo raggiunto l’Ayllu Wristullani ed assistito ad una dimostrazione delle tecniche costruttive che la gente del luogo usava per le abitazioni e che oggi usa solo per edificare ripari per animali o raccolto. Le abitazioni tradizionali sono state abbandonate da quando il governo ha implementato la costruzione di edifici in muratura piu’ grandi e confortevoli. La terra che qui e’ molto compatta viene tagliata e i vari zolloni sovrapposti ad arte. Nello stesso luogo abbiamo potuto apprezzare l’intera filiera di produzione dei capi di vestiario. Gli abiti ed anche i copri capo vengono realizzati con la lana di llama e capra ed in alcuni casi di vigogna un llama selvatico impossibile da addomesticare che viene catturato, tosato e successivamente rilasciato. Un tempo veniva ucciso ma oggi e’ un animale protetto come lo era al tempo degli Inca. Altri animali che vengono allevati per l’alimentazione sono i maiali ed e’ presente anche avifauna che periodicamente viene cacciata; molto belli i fenicotteri e molto caratteristico il nandu anche detto struzzo andino. Molto interessante anche la dimostrazione dell’intrecciamento dei lunghi capelli femminili, uno stile unico al mondo che ha potuto far riconoscere la presenza di gente Chipaya in siti funerari anche lontani da questa zona come al lago Titikaka.

Nel pomeriggio siamo arrivati all’Ayllu Ayparavi dove la presenza di dune di sabbia rossa rende il paesaggio molto suggestivo. In loco abbiamo assistito ad una dimostrazione di come gli abitanti del luogo strappano qualche metro di terra alle dune per la coltivazione. Costruendo una piccola trincea inseriscono in essa della paglia risultato di arbusti seccati; in questo modo la sabbia portata dal vento che soffia sempre dalla stessa direzione, rimane imprigionata da un lato e l’altra parte si libera per pochi metri permettendo il coltivo.

Abbiamo poi visitato l’Ayllu Manasaya ed assistito al cosiddetto “maneggio dell’acqua” ovvero il sistema con cui gli addetti sbarrano o aprono ed a volte deviano i vari torrenti a seconda della stagione e delle necessita’ agricole. Usano dei sacchi fatti con paglia intrecciata riempiti di terra. Lo stesso sistema viene usato per creare delle vere e proprie barriere contro le inondazioni che oltre alla siccita’ periodicamente sono un problema soprattutto a Sant’Ana che ora e’ completamente protetta grazie ai programmi di protezione ambientale. Nonostante l’aridita’ ed il sale che caratterizzano questo antico fondo marino, nella zona c’e’ anche qualche pozzo che pesca acqua in profondita’. In serata abbiamo potuto apprezzare uno spettacolo di musica tradizionale.

Il giorno seguente dopo la ricca colazione siamo partiti alla volta del Salar De Coipasa. Trattasi di un esteso deserto salino che si raggiunge in cira un’ora e mezza di strada sterrata lungo un percorso dove e’ possibile ammirare diversi paesaggi che passano dal desertico salino alla steppa dove pascolano i llama fino alla presenza di tratti sabbiosi. Ai margini del deserto sorge il paese di Villavitalina in cui parte dell’economia fa riferimento all’estrazione del sale. Da Villavitalina abbiamo proseguito per una sterrata differente a quella dell’andata in modo da fare un anello e non ricalcare la stessa via. Pur se piu’ lungo, il tragitto e’ meno accidentato e soprattutto da la possibilita’ di una lunga sosta nell’interessante villaggio di Savaia, paese che ha una caratteristica chiesetta ed e’ sovrastato da un cerro costellato di numerosi cactus di cui molti giganti. Le opuntie ma soprattutto i trichocereus pasacana e i trichocereus terscheckii con le loro imponenti dimensioni rendono il paesaggio notevolmente suggestivo e sono uno dei simboli di queste terre estreme. Il trichocereus conosciuto localmente come Puia Raimundi e’ una pianta che non teme gli estremi, che siano lunghissimi periodi siccitosi o sole implacabile o gelicidio trova sempre il sistema di sopravvivere e prosperare. Un tempo era per gli abitanti della zona l’unica fonte di legno possibile data la mancanza totale di alberi. Il procedimento per il suo sfruttamento era lungo e faticoso; si procedeva al taglio e si doveva lasciare la pianta a terra a seccare per alcuni mesi prima di poter avere la possibilita’ di ripulirla dalle spine taglienti; veniva poi sezionato e trasportato dove necessario. La storica chiesa di Sant’Ana presenta travi di legno del Puia Raimundi.

Essendo Savaia al di fuori del progetto ed essendo la pittoresca chiesa chiusa al pubblico sarebbe utile coinvolgere un addetto locale che opportunamente istruito possa non solo aprire la chiesa per una visita ma racconti un po’ la storia del luogo e dei suoi dintorni previo compenso; un altro modo per favorire lo sviluppo turistico della zona. Interessante sulla via del ritorno l’osservazione paesaggistica con alcune coltivazioni di quinoa e l’avvistamento della fauna tra cui il raro struzzo andino.

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